Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

LA COMUNICAZIONE OGGI IN AMBITO RELIGIOSO. PARLARE INDICA AVERE QUALCOSA DA DIRE.

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LA COMUNICAZIONE

Oggi essere presenti, non necessariamente implica essere mondani o appariscenti. Parlare indica avere qualcosa da dire.

Parlare di povertà, intesa come difficoltà economica, emarginazione sociale e umiliazione umana; parlare di ingiustizie sociali, delle ambiguità di alcune programmazione pastorali ed economiche, a livello locale o nazionale; parlare di educazione e di emergenza e di sfide educative; parlare di proposta vocazionale, vuol dire far prendere coscienza, fare cultura, creare opinioni, provocare discussioni e promuovere riflessioni.

ADAMO CALO’. Introduzione incontro responsabili Segreterie Antoniane Provincia Italia Centro Nord. 2011

20 SETTEMBRE. SANTI MARTIRI COREANI

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SANTI MARTIRI COREANI

Memoria dei santi Andrea Kim Tae-gon, sacerdote, Paolo Chong Ha-sang e compagni, martiri in Corea. In questo giorno in un’unica celebrazione si venerano anche tutti i centotrè martiri, che testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti.

Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea

L'azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l'apostolato di un generoso manipolo di laici è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla metà del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità.

Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofiti, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente.

L'impronta apostolica di questa comunità dell'Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio.

Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi.

La loro memoria si celebra nella data odierna, perché un gruppo di essi subì il martirio in questo mese, alcuni il 20 e il 21 settembre. 

19 SETTEMBRE. SAN GENNARO. VESCOVO E MARTIRE

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san gennaro

San Gennaro nacque a Napoli nella seconda metà del secolo III. Di famiglia nobile e molto cristiano, predilesse fin dalla sua giovinezza la vita ecclesiastica. A trent'anni era sacerdote e vescovo di Benevento, quando scoppiò la persecuzione di Diocleziano. Grande era la sua amicizia col diacono Sosio, che consultava sovente circa gli affari della diocesi, trovando in lui molto sapere e conforto spirituale. 

Un giorno, mentre Sosio leggeva il Vangelo nella chiesa, il Vescovo vide scintillare sopra il suo capo una fiamma che conobbe essere preannunzio del martirio. Pieno di giubilo per tanta grazia, baciò il capo di colui che doveva patire per amore di Gesù Cristo e ne rese grazie al Signore, rimanendo in attesa che si compisse la volontà di Dio. Difatti. poco dopo, per ordine del giudice Draconzio, il santo diacono fu chiuso in prigione. Ciò saputo Gennaro andò a visitarlo, ed entrato nel carcere: «Perché, esclamò, quest'uomo di Dio è tenuto prigioniero senza alcun motivo?». Riferite queste parole a Timoteo, prefetto della Campania, questi fece arrestare anche Gennaro. 

Il nostro Santo, gettato in una fornace ardente, ne uscì illeso. Pertanto il prefetto preso da sdegno, ordinò di stirare il corpo del Martire, fino a rompergli le articolazioni. Frattanto un altro diacono, Sisto, ed il lettore Desiderio, presi e incantenati, furono trascinati, insieme col Vescovo, davanti al carro del prefetto, fino a Pozzuoli e gettati nella medesima prigione ove erano detenuti Sosio e Proculo ed i cristiani Eutiche e Ponzio già condannati alle belve. 

Il giorno dopo furono tutti esposti alle fiere nell'anfiteatro; ma queste, dimentiche della loro naturale ferocia, si accovacciarono ai piedi di Gennaro. Intanto il prefetto, attribuendo ciò a incantesimi, pronunciò contro i martiri di Cristo la sentenza capitale, e divenuto cieco sull'istante, non ricuperò la vista che per le preghiere del Santo.

A questo miracolo quasi cinquemila uomini abbracciarono la fede di Cristo. Tuttavia l'ingrato giudice non convertito dal beneficio, anzi sdegnato per la moltitudine delle conversioni e fanatico osservatore dei decreti imperiali, ordinò che il santo Vescovo coi compagni fossero uccisi di spada il 19 settembre. 

I Napoletani, dietro avviso celeste, accorsero a raccogliere in ampolle parte del sangue del martire San Gennaro e trasportarono il corpo prima a Benevento, poi a Montevergine e infine nella cattedrale di Napoli, ove fu eletto a patrono principale della città.

Napoli attribuì alla sua protezione la grazia di essere stata liberata da molteplici e violenti eruzioni del Vesuvio, e dalle armi di molti nemici che avevano giurato la sua rovina.

Nella cappella del Tesoro della cattedrale si conserva il capo e due ampolle di sangue del santo Vescovo: quivi da sedici secoli si ripete il miracolo detto di S. Gennaro. Tale portento venne studiato da dotti di ogni secolo e d'ogni fede e tutti furono d'accordo nell'attribuirlo ad un intervento soprannaturale.

Infatti, allorché nella ricorrenza del suo martirio e della sua consacrazione episcopale si pone il capo del Santo martire, racchiuso in una preziosa custodia, alla presenza del suo sangue raggrumato e contenuto in due ampolle di cristallo, senza l'intervento di alcun agente esterno, la massa del sangue del martire passa dallo stato solido allo stato liquido e lo si vede bollire. 

18 SETTEMBRE. SAN GIUSEPPE DA COPERTINO. SACERDOTE

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SAN GIUSEPPE DA COPERTINO

San Giuseppe da Copertino nacque nell'anno 1603 da pii genitori e prevenuto dall'amore di Dio, passò la sua infanzia in santa semplicità e purezza di costumi. Liberato dalla Vergine Madre di Dio da una lunga e molesta malattia, sopportata con mirabile pazienza, si diede con fervore alle pratiche di pietà, e per unirsi più strettamente a Dio che lo chiamava a grandi cose, risolvette d'abbracciare l'ordine serafico. 

Dopo varie peripezie, fu ricevuto tra i Minori Conventuali del convento della Grottella, dapprima come laico e poi come chierico. Dopo la professione solenne, ordinato sacerdote, si propose di condurre una vita ancor più perfetta. Cosicché avendo rinunziato a tutti gli affetti mondani e alle cose non assolutamente necessarie alla vita, martoriò il corpo con ogni sorta di austerità e sofferenze, mentre nutriva continuamente lo spirito col soave alimento della orazione e della contemplazione più sublime.  

La sua ardentissima carità rifulse singolarmente nelle estasi e nei rapimenti. Era obbedientissimo ai suoi superiori. Imitò talmente la povertà del serafico suo Padre S. Francesco che, sul punto di morire, poté confessare con tutta verità al suo superiore di non aver nulla da lasciare. Pertanto morto a sé ed al mondo, manifestava la vita di Gesù nella sua carne. 

Eroica fu la sua carità verso i poveri, gli infermi. La sua carità non escludeva neppure quelli che lo assalivano con oltraggi ed ingiurie, accettando tutto con la stessa pazienza, dolcezza e serenità che mostrò nel sopportare le tante e penose vicissitudini della sua vita. 

Ammirato poi non solo dal popolo ma anche dai prìncipi per la sua eminente santità e doni celesti, egli si mantenne talmente umile, che stimandosi gran peccatore, pregava Dio con insistenza perché gli sottraesse i suoi doni straordinari, e chiedeva agli uomini che dopo morte gettassero il suo corpo in un luogo dove la sua memoria fosse del tutto obliata.

Ma Dio che esalta gli umili e che aveva arricchito il suo servo di celeste sapienza, del dono della profezia, della penetrazione dei cuori, delle guarigioni e d'altri privilegi, rese preziosa anche la sua morte e glorioso il sepolcro.

Come aveva predetto morì a Osimo, a 61 anni di età. Benedetto XIV lo inscrisse nell'albo dei Beati, e Clemente XIII in quello dei Santi. Clemente XIV ne estese l'Ufficio e la Messa a tutta la Chiesa. 

LA PIÙ GRANDE VIRTÙ CHE CONOSCIAMO PER CONQUISTARE GLI ALTRI E FARLI INNAMORARE DI NOI È IL SORRISO.

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la piu grande

Viviamo felici per un sorriso di un amico. Viviamo nella tristezza per mancanza di un sorriso. Se il tuo sorriso incontra un volto chiuso, diventa impotente. Non riesce a cambiare nessuno se non trova corrispondenza.

Immaginiamo il sorriso di Dio che viene regalato a noi ogni giorno. Immaginiamo Dio con il volto sorridente di un amico.

Dio è un sorriso. Se siamo felici è perché siamo ancora disposti ad accoglierlo nella vita e a innamorarci di Lui.

Se la vita è diventata pesante e triste per noi è perché ci siamo chiusi al sorriso di Dio e degli altri.

TRATTARE E OCCUPARSI DEL BENE DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI, NEL RISPETTO DEL LORO PUDORE, DEL LORO SPAZIO PERSONALE E DEL LORO TERRITORIO INTIMO.

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TRATTARE E OCCUPARSI

Tra le istituzioni religiose era già evidente da qualche anno una progressiva estraneazione dalla missione educativa, con delega dell’impegno educativo spesso a laici professionisti, in ottemperanza anche a nuove indicazioni e normative statali, che richiedono in questo settore competenza e professionalità.

La richiesta di collaborazione di laici professionisti nel settore educativo è un fenomeno da guardare con ottimismo e da sostenere, anche se la loro assunzione non può essere a giustificazione del nostro venir meno, per problemi di numero, di età, di competenza. La loro professione non sostituisce la nostra particolare vocazione.

Noi religiosi rogazionisti siamo educatori non per mestiere ma per vocazione. Il nostro servizio educativo rimane impegno apostolico a favore dei ragazzi e si fonda su motivazioni religiose, un servizio al fratello per amore di Cristo, e rimane testimonianza evangelica.

Sarà impegno delle istituzioni religiose salvaguardare e promuovere la presenza educativa di religiosi e religiose tra i ragazzi, nelle scuole, negli oratori, nelle più svariate strutture educative, con un progetto che esprima la loro attenzione e premura educativa, del prendersi cura dei ragazzi e dei giovani oggi e aiutarli in un cammino formativo responsabile, che li renda protagonisti della propria vita e li aiuti a crescere fino a raggiungere una maturità umana e cristiana, nel rispetto di una progettualità personale ma pur sempre ragionata e condivisa.

Trattare e occuparsi del bene dei bambini e dei ragazzi, nel rispetto del loro pudore, del loro spazio personale e del loro territorio intimo, deve essere un dovere per tutti noi educatori.

Occorre uno sguardo nuovo, spirito di collaborazione e volontà di ascolto. Esso richiede soprattutto da parte degli educatori sollecitudine, tenerezza, rispetto, interrogandosi sui limiti culturali e umani nei rapporti con ragazzi e giovani.

ADAMO CALO’. Conferenza sull’impegno educativo nelle nuove strutture educative rogazioniste. Roma 2003

LA POVERTÀ NON È UN BENE CRISTIANO COME NON LO SONO LA FAME, IL DOLORE, LA MALATTIA.

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LA POVERTA MALATTIA

E’ una conseguenza dell’avidità, della corsa all’accaparramento, dell’accumulo, che lascia inevitabilmente svantaggiati alcuni, in genere i più deboli o i più incapaci, e favorisce altri, i più astuti e i più forti.

I poveri esistono perché i primi arrivati, i più abili, si sono appropriati anche dei beni che spettavano a tutti e rifiutano di restituirli.

ORTENSIO DA SPINETOLI in: Gesù di Nazaret, un grande profeta sorto in mezzo a noi, La Meridiana, 2005

I BENI DELLA TERRA E LORO DESTINAZIONE A TUTTI GLI UOMINI.

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i beni della terra

Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità.

Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni.

L'uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri.

Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia.


Concilio Vaticano Secondo, Gaudium et Spes, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, no:69

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