Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

24 SETTEMBRE. XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. SIAMO TUTTI CHIAMATI AD OPERARE NELLA CHIESA E NEL MONDO.

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credere in se stessi

Vai anche tu a lavorare nella mia vigna. Gesù pronuncia una parabola per noi un po' singolare, almeno nella sua conclusione, ma chiara per annunciare l'amore e la salvezza del Signore per tutti i popoli e in ogni tempo e non solo per il popolo ebraico di allora.

Sappiamo, o dovremmo sapere, che, quando Dio ci ha creati, ci ha fatto dono di tante capacità o carismi, che sono le vie per manifestare la Sua gloria e, nello stesso tempo, edificare la società in cui viviamo.


Non è possibile che il padrone di casa non ci chiami, a suo tempo, nella sua vigna, che è la Chiesa, il mondo. Dio non crea mai uomini e donne inutili, condannati a vivere sul marciapiede della storia. C'è per tutti una via, un lavoro nella vigna. Tutti chiama a suo tempo.

Nessuno deve restare disoccupato. A nessuno è concesso di essere ozioso. Soprattutto se ci riferiamo alla vita con Dio. Dio invita a tutte le ore, ad uno ad uno. Questo incontro con Dio - servirlo nella sua vigna, e quindi conoscerlo, amarlo e seguirlo - è il senso e la sola verità della vita.

Chi costruisce il mondo? Chi costruisce il bene della società, dell'umanità? Noi siamo chiamati a questo, anche se ci sembrano troppo potenti le persone e le strutture che determinano, spesso in maniera negativa, la storia.

Chi costruisce, chi anima la Chiesa? Chi porta avanti la fede, l'evangelizzazione, l'amore concreto verso gli altri? Noi siamo chiamati a questo, senza lasciarci impressionare o bloccare dal male, dall'odio, dalla violenza.

Dio non conosce limiti di tempo nel concedere la sua misericordia e nel retribuire le sue ricompense a chi gli si mostra fedele.

Quando ci presenteremo al termine della vita, dopo aver concluso in modo onesto la nostra missione, vissuta al servizio di Gesù in tantissime professioni, a livelli diversi e in tempi più o meno lunghi, incontreremo il Signore, il Padrone della vigna.

Egli é colui per il quale abbiamo lavorato sia dando vita a una famiglia sia vivendo da scapoli o da persone consacrate, sia esercitando un’autorità o da semplici operai, sia usufruendo di una normale abitazione o di una capanna o sotto la tenda dei campi profughi, sia giungendo ad un’età adulta o da piccoli o anche da aborto, sia esercitando una professione regolare o buttando la vita nel disordine di una mentalità agnostica.

Tutti ci presenteremo a colui che ci ama e il suo amore sarà semplice amore verso ogni persona di qualsiasi calibro o di nessun valore presso gli uomini.

L’amore del Signore non è quantificabile. Il denaro della parabola non è quantitativo ma di qualità. Il Signore compie ogni nostra attesa e ciascuno è riconosciuto per colui che è.

Di fronte a ciascuno di noi c’è Gesù. Il suo amore non fa distinzioni. Il suo sangue versato e il suo corpo martoriato sono per tutti, senza alcuna preferenza.

EDUCARE ALL'UMANESIMO SOLIDALE Per costruire una “civiltà dell’amore” a 50 anni dalla Populorum progressio

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CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA 

(degli Istituti di Studi)

Educare all’umanesimo solidale

Per costruire una “civiltà dell’amore”
a 50 anni dalla Populorum progressio

Orientamenti

Introduzione

  1. Cinquant’anni fa, con l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa annunciava agli uomini e alle donne di buona volontà il carattere mondiale assunto dalla questione sociale[1]. Tale annuncio non si limitava a suggerire uno sguardo più largo, in grado di abbracciare porzioni sempre più grandi di umanità, ma offriva un nuovo modello etico-sociale. In essa si doveva operare per la pace, la giustizia e la solidarietà, con una visione in grado di cogliere l’orizzonte globale delle scelte sociali. I presupposti di questa nuova visione etica erano emersi qualche anno prima, nel Concilio Vaticano II, con la formulazione del principio di interdipendenza planetaria e del destino comune di tutti i popoli della Terra[2]. Negli anni a venire, la validità esplicativa di tali principi trovò numerose conferme. L’uomo contemporaneo ha più volte fatto esperienza che ciò che accade in una parte del mondo può influire su altre, e che nessuno può a priori sentirsi al sicuro in un mondo nel quale esiste sofferenza o miseria. Se allora s’intravedeva la necessità di occuparsi del bene altrui come fosse il proprio, oggi tale raccomandazione assume un’evidente priorità nell’agenda politica dei sistemi civili[3].
  2. La Populorum progressio, in tal senso, può essere considerata il documento programmatico della missione della Chiesa nell’era della globalizzazione[4]. La sapienza che promana dai suoi insegnamenti guida ancora oggi il pensiero e l’azione di quanti vogliono costruire la civiltà dell’«umanesimo plenario»[5],offrendo – nell’alveo del principio di sussidiarietà – «modelli praticabili di integrazione sociale» scaturiti dal proficuo incontro tra «la dimensione individuale e quella comunitaria»[6]. Questa integrazione esprime gli obiettivi della «Chiesa in uscita», la quale «accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario […], accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere»[7]. I contenuti di questo umanesimo solidale hanno bisogno di essere vissuti e testimoniati, formulati e trasmessi[8]in un mondo segnato da molteplici differenze culturali, attraversato da eterogenee visioni del bene e della vita e caratterizzato dalla convivenza di credenze diverse. Per rendere possibile questo processo – come afferma Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ – «bisogna tener presente che i modelli di pensiero influiscono realmente sui comportamenti. L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura».[9]

Con il presente documento la Congregazione per l’Educazione Cattolica si prefigge di proporre le linee principali dell’educazione all’umanesimo solidale.

  1. Scenari attuali
  2. Il mondo contemporaneo, multiforme e in continua trasformazione, è attraversato da molteplici crisi. Esse sono di varia natura: crisi economiche, finanziarie, del lavoro; crisi politiche, democratiche, di partecipazione; crisi ambientali e naturali; crisi demografiche e migratorie, ecc. I fenomeni prodotti da tali crisi rivelano quotidianamente il loro carattere drammatico. La pace è continuamente minacciata e, al fianco delle guerre tradizionali, combattute fra eserciti regolari, è assai diffusa l’insicurezza generata dal terrorismo internazionale, sotto i cui colpi si producono sentimenti di reciproca diffidenza e odio, così da favorire lo sviluppo di sentimenti populistici, demagogici, che rischiano di aggravare i problemi, favorendo la radicalizzazione dello scontro fra culture diverse. Guerre, conflitti e terrorismo sono a volte la causa, a volte l’effetto, delle sperequazioni economiche e dell’ingiusta ripartizione dei beni del creato.
  3. Da tali iniquità si generano miseria, disoccupazione e sfruttamento. Le statistiche degli organismi internazionali mostrano i connotati dell’emergenza umanitaria in corso, che riguarda anche l’avvenire, se si misurano gli effetti del sottosviluppo e delle migrazioni nelle giovani generazioni. Né possono dirsi esenti da tali pericoli le società industrializzate, nelle quali le aree di marginalità sono aumentate[10]. Di particolare rilievo è il complesso fenomeno delle migrazioni, esteso in tutto il pianeta, dal quale si generano incontri e scontri di civiltà, accoglienza solidale e populismi intolleranti e intransigenti. Siamo di fronte a un processo che è stato opportunamente definito un cambiamento epocale[11]. Esso mette in evidenza un umanesimo decadente, fondato spesso sul paradigma dell’indifferenza.
  4. L’elenco dei problemi potrebbe allungarsi, mentre non devono essere taciute le opportunità positive che il mondo attuale presenta. La globalizzazione delle relazioni è anche la globalizzazione della solidarietà. Ne abbiamo avuto numerosi esempi in occasione delle grandi tragedie umanitarie causate dalla guerra o in casi di catastrofi naturali: le catene di solidarietà e le iniziative assistenziali e caritatevoli hanno coinvolto cittadini di ogni angolo del mondo. Allo stesso modo, negli ultimi anni sono sorte iniziative sociali, movimenti e associazioni, a favore di una globalizzazione più equa, attenta ai bisogni dei popoli economicamente in difficoltà. A fondare molte di queste iniziative, e a parteciparvi, sono spesso cittadini delle nazioni più ricche, i quali potrebbero godere dei vantaggi delle disuguaglianze, mentre spesso lottano per i principi di giustizia sociale con gratuità e determinazione.
  5. È paradossale che l’uomo contemporaneo abbia raggiunto traguardi importanti nella conoscenza delle forze della natura, della scienza e della tecnica e, al tempo stesso, sia carente di una progettualità per una convivenza pubblica adeguata allo scopo di rendere l’esistenza di ciascuno e di tutti accettabile e dignitosa. Ciò che, forse, è mancato, finora, è lo sviluppo congiunto delle opportunità civili con un piano educativo in grado di veicolare le ragioni della cooperazione in un mondo solidale. La questione sociale, come disse Benedetto XVI, è oggi una questione antropologica[12], che chiama in causa una funzione educativa non più rinviabile. Per questa ragione, è necessario “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l'integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione.”[13]
  1. Umanizzare l’educazione
  2. «Esperta di umanità», come sottolineò cinquant’anni fa la Populorum progressio[14], la Chiesa ha sia la missione sia l’esperienza per indicare i percorsi educativi adeguati alle sfide attuali. La sua visione educativa è al servizio della realizzazione degli scopi più alti dell’umanità. Tali scopi furono messi in evidenza, con lungimiranza, nella Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis: lo sviluppo armonico delle capacità fisiche, morali e intellettuali, finalizzate alla graduale maturazione del senso di responsabilità; la conquista della vera libertà; la positiva e prudente educazione sessuale[15]. Lungo tale prospettiva, si intuiva che l’educazione doveva essere al servizio di un nuovo umanesimo, nel quale la persona sociale era disponibile al dialogo e operava per la realizzazione del bene comune[16].
  3. Le esigenze indicate dalla Gravissimum educationissono ancora attuali. Nonostante le concezioni antropologiche basate sul materialismo, sull’idealismo, sull’individualismo e sul collettivismo vivano una fase decadente, ancora esercitano una certa influenza culturale. Esse spesso intendono l’educazione come un percorso di addestramento dell’individuo alla vita pubblica, nella quale agiscono le diverse correnti ideologiche, in competizione fra loro per l’egemonia culturale. In questo contesto, la formazione della persona risponde ad altre esigenze: l’affermazione della cultura del consumo, dell’ideologia del conflitto, del pensiero relativista, ecc. È necessario, perciò, umanizzare l’educazione, cioè farne un processo nel quale ciascuna persona possa sviluppare le proprie attitudini profonde, la propria vocazione, e con ciò contribuire alla vocazione della propria comunità. “Umanizzare l’educazione”[17]significa mettere la persona al centro dell’educazione, in un quadro di relazioni che costituiscono una comunità viva, interdipendente, legata ad un destino comune. In questo modo si qualifica l’umanesimo solidale.
  4. Umanizzare l’educazione significa, ancora, prendere atto che c’è bisogno di aggiornare il patto educativo fra le generazioni. In modo costante, la Chiesa afferma che «la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo»[18], e di là si propagano i significati di una educazione al servizio dell’intero corpo sociale, basata sulla mutua fiducia e sulla reciprocità dei doveri[19]. Per tali ragioni le istituzioni scolastiche e accademiche che intendano porre la persona al centro della propria missione sono chiamate a rispettare la famiglia come prima società naturale, e a mettersi al suo fianco, in una retta concezione di sussidiarietà.
  5. Un’educazione umanizzata, perciò, non si limita a elargire un servizio formativo, ma si occupa dei risultati di esso nel quadro complessivo delle attitudini personali, morali e sociali dei partecipanti al processo educativo; non chiede semplicemente al docente di insegnare e allo studente di apprendere, ma sollecita ciascuno a vivere, studiare e agire, in relazione alle ragioni dell’umanesimo solidale; non progetta spazi di divisione e contrapposizione ma, al contrario, propone luoghi di incontro e confronto per realizzare progetti educativi validi; si tratta di un’educazione - allo stesso tempo – solida e aperta, che rompe i muri dell’esclusività, promuovendo la ricchezza e la diversità dei talenti individuali ed estendendo il perimetro della propria aula in ogni angolo del vissuto sociale nel quale l’educazione può generare solidarietà, condivisione, comunione[20].
  1. Cultura del dialogo
  2. La vocazione alla solidarietà chiama le persone del XXI secolo a misurarsi con le sfide della convivenza multiculturale. Nelle società globali convivono quotidianamente cittadini di tradizioni, culture, religioni e concezioni del mondo differenti, e da ciò si producono spesso incomprensioni e conflitti. In tali circostanze, le religioni sono spesso considerate come strutture di principi e di valori monolitici, intransigenti, incapaci di condurre l’umanità alla società globale. La Chiesa cattolica, al contrario, «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», ed è suo dovere «annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia»[21]. E’ altresì convinta che, in realtà, le difficoltà sono spesso il risultato di una mancata educazione all’umanesimo solidale, basata sulla formazione alla cultura del dialogo.
  3. La cultura del dialogo non raccomanda il semplice parlarsi per conoscersi, così da attutire l’effetto estraniante dell’incontro fra cittadini di diverse culture. L’autentico dialogo avviene in un quadro etico di requisiti e atteggiamenti formativi nonché di obiettivi sociali. I requisiti etici per dialogare sono la libertà e l’uguaglianza: i partecipanti al dialogo devono essere liberi dai loro interessi contingenti e devono essere disponibili a riconoscere la dignità di tutti gli interlocutori. Questi atteggiamenti sono sostenuti dalla coerenza con il proprio specifico universo di valori. Ciò si traduce nella generale intenzione di far coincidere azione e dichiarazione, in altre parole, di collegare i principi etici annunciati (per esempio pace, equità, rispetto, democrazia…) con le scelte sociali e civili compiute. Si tratta di una «grammatica del dialogo», come indicato da Papa Francesco, in grado di «costruire ponti e […] trovare risposte alle sfide del nostro tempo»[22].
  4. Nel pluralismo etico-religioso, perciò, le religioni possono essere al servizio, e non d’intralcio, alla convivenza pubblica. A partire dai loro valori positivi di amore, speranza e salvezza, in un quadro di relazioni performativo e coerente, le religioni possono contribuire in modo determinante al conseguimento degli obiettivi sociali di pace e di giustizia. In tale prospettiva, la cultura del dialogo afferma una concezione propositiva dei rapporti civili. Invece di ridurre la religiosità alla sfera individuale, privata e riservata, e costringere i cittadini a vivere nello spazio pubblico unicamente le norme etiche e giuridiche dello Stato, capovolge i termini del rapporto, e invita le credenze religiose a professare in pubblico i propri valori etici positivi.
  5. L’educazione all’umanesimo solidale ha la gravissima responsabilità di provvedere alla formazione di cittadini provvisti di un’adeguata cultura del dialogo. D’altronde la dimensione interculturale è di frequente vissuta nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, nonché nelle istituzioni universitarie, per cui è da lì che si deve procedere per diffondere la cultura del dialogo. Il quadro di valori nel quale vive, pensa e agisce il cittadino formato al dialogo è sostenuto da principi relazionali (gratuità, libertà, uguaglianza, coerenza, pace e bene comune) che entrano in modo positivo e decisivo nei programmi didattici e formativi delle istituzioni e agenzie che hanno a cuore l’umanesimo solidale.
  6. È proprio della natura dell’educazione la capacità di costruire le basi per un dialogo pacifico e permettere l’incontro tra le diversità con l’obiettivo primario di edificare un mondo migliore. Si tratta, in primo luogo, di un processo educativo dove la ricerca di una convivenza pacifica e arricchente si áncora nel più ampio concetto di essere umano – nella sua caratterizzazione psicologica, culturale e spirituale – oltre ogni forma di egocentrismo e di etnocentrismo secondo una concezione di sviluppo integrale e trascendente della persona e della società[23].
  1. Globalizzare la speranza
  2. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», concludeva la Populorum progressio[24]. Tale affermazione ha trovato sostegni e conferme nei decenni successivi, così come sono state chiarite le direzioni dello sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Sviluppo e progresso, tuttavia, rimangono ancora delle descrizioni dei processi, non dicono molto sui fini ultimi del divenire storico-sociale. Lungi dall’esaltare il mito del progresso immanente alla ragione e alla libertà, la Chiesa cattolica collega lo sviluppo all’annuncio della redenzione cristiana, la quale non è un’indefinita e futuribile utopia, ma è già «sostanza della realtà», nel senso che per essa «sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita vera»[25].
  3. È necessario, dunque, attraverso la speranza nella salvezza, essere già segni vivi di essa. Nel mondo globalizzato come può propagarsi il messaggio di salvezza in Gesù Cristo? «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore»[26]. La carità cristiana propone grammatiche sociali universalizzanti e inclusive. Tale carità informa le scienze che, impregnate di essa, accompagneranno l’uomo alla ricerca di senso e di verità nel creato. L’educazione all’umanesimo solidale, con ciò, deve partire dalla certezza del messaggio di speranza contenuto nella verità di Gesù Cristo. Spetta ad essa, dunque, di irradiare tale speranza, quale messaggio veicolato dalla ragione e dalla vita attiva, presso i popoli di ogni parte del mondo.
  4. Globalizzare la speranza è la specifica missione dell’educazione all’umanesimo solidale. Una missione che si adempie attraverso la costruzione di rapporti educativi e pedagogici che addestrino all’amore cristiano, che creino gruppi basati sulla solidarietà, nei quali il bene comune è connesso virtuosamente al bene di ogni suo componente, che trasformi il contenuto delle scienze in linea con la piena realizzazione della persona e della sua appartenenza all’umanità. Proprio l’educazione cristiana può svolgere tale compito primario perché essa «è un far nascere, è un far crescere, si colloca nella dinamica del dare la vita. E la vita che nasce è la sorgente più zampillante di speranza»[27].
  5. Globalizzare la speranza significa anche sostenere le speranze della globalizzazione. Da una parte, infatti, la globalizzazione ha moltiplicato le opportunità di crescita e aperto i rapporti sociali a nuove e inedite possibilità. Dall’altra, oltre ad alcuni benefici, essa ha causato sperequazioni, sfruttamenti, e ha indotto, in modo perverso, alcuni popoli a subire un’esclusione drammatica dai circuiti del benessere. Una globalizzazione senza visione, senza speranza, cioè senza un messaggio che è al tempo stesso annuncio e vita concreta, è destinata a produrre conflitti e a generare sofferenze e miserie.
  1. Per una vera inclusione
  2. Per corrispondere alla propria funzione, i progetti formativi dell’educazione all’umanesimo solidale mirano ad alcuni obiettivi fondamentali. Lo scopo principale è di consentire ad ogni cittadino di sentirsi attivamente partecipe nella costruzione dell’umanesimo solidale. Gli strumenti impiegati devono favorire il pluralismo, stabilendo spazi di dialogo finalizzati alla rappresentazione delle istanze etiche e normative. L’educazione all’umanesimo solidale deve curare con particolare attenzione che l’apprendimento delle scienze corrisponda alla consapevolezza di un universo etico in cui la persona agisce. In particolare, tale retta concezione dell’universo etico deve procedere verso l’apertura di orizzonti del bene comune progressivamente più ampi, fino a estendersi all’intera famiglia umana.
  3. Tale processo inclusivo supera i contorni delle persone ora viventi sulla terra. Il progresso scientifico e tecnologico ha mostrato, in questi anni, come le scelte compiute nel presente siano in grado di influire sugli stili di vita, e in alcuni casi sulla stessa esistenza dei cittadini delle future generazioni. «La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future»[28]. Il cittadino di oggi, infatti, deve essere solidale con i suoi contemporanei ovunque si trovino, ma anche con i futuri cittadini del pianeta. Siccome «il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi […] e c’è bisogno di leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future»[29], allora lo specifico compito a cui può assolvere l’educazione all’umanesimo solidale è contribuire a edificare tale cultura basata su un’etica intergenerazionale.
  4. Ciò significa che l’educazione estende l’ambito classico della portata della sua azione. Se finora si è ritenuta la scuola come l’istituzione formante i cittadini di domani, se le agenzie formative preposte all’educazione permanente si occupano dei cittadini del presente, attraverso l’educazione all’umanesimo solidale si cura l’umanità del futuro, i posteri, a cui si deve essere solidali attuando scelte responsabili. È ancora più vero per quanto concerne la formazione accademica, perché è attraverso di essa che si forniscono le competenze necessarie per effettuare le scelte decisive agli equilibri dei sistemi umano-sociali, naturali, ambientali, ecc.[30]I temi sviluppati nei corsi universitari, in tal senso, dovrebbero svolgersi attorno a un criterio decisivo per la valutazione della sua qualità: la sostenibilità con le esigenze delle future generazioni.
  5. Per essere una vera inclusione si deve compiere l’ulteriore passo di entrare in un rapporto di solidarietà con le generazioni che ci hanno preceduto. Purtroppo l’affermazione del paradigma tecnocratico ha, in alcuni casi, ridimensionato il sapere storico, scientifico ed umanistico – con il suo patrimonio letterario ed artistico – mentre una retta visione della storia e dello spirito con cui i nostri antenati hanno affrontato e superato le loro sfide, può aiutare l’uomo nella complessa avventura della contemporaneità. Le società umane, le comunità, i popoli, le nazioni sono il frutto di passaggi della storia nei quali si rivela una specifica identità in continua elaborazione. Cogliere il nesso fecondo fra il divenire storico di una comunità e la sua vocazione al bene comune e al compimento dell’umanesimo solidale implica la formazione di una coscienza storica, basata sulla consapevolezza dell’inscindibile unità che porta gli antenati, i contemporanei e i posteri, a superare i gradi di parentela per riconoscersi tutti ugualmente figli dell’unico Padre, e dunque in un rapporto di solidarietà universale[31].
  1. Reti di cooperazione
  2. Così come l’enciclica Populorum progressioraccomanda la stesura di «programmi concertati»[32], oggi è evidente la necessità di far convergere le iniziative educative e di ricerca verso i fini dell’umanesimo solidale, nella consapevolezza che «non possono rimanere dispersi e isolati, tanto meno opposti gli uni agli altri per ragioni di prestigio o di potenza»[33]. Erigere reti di cooperazione, dal punto di vista educativo, scolastico e accademico, significa attivare dinamiche inclusive, in costante ricerca di nuove possibilità di immettere nel proprio circuito di insegnamento e apprendimento soggetti diversi, in particolare quelli a cui è difficile poter usufruire di un piano formativo adeguato alle proprie necessità. Ricordando, infatti, che l’educazione è ancora una risorsa scarsa nel mondo, in considerazione che esistono porzioni di umanità che soffrono della mancanza di istituzioni idonee allo sviluppo, il primo impegno dell’educazione all’umanesimo solidale consiste nella socializzazione di sé, attraverso l’organizzazione di reti di cooperazione.
  3. Un’educazione all’umanesimo solidale sviluppa reti di cooperazione nei diversi ambiti di esercizio dell’attività educativa, e in particolare della formazione accademica. Innanzitutto, domanda agli attori educativi di assumere un atteggiamento congruo alla collaborazione. In particolare, predilige la collegialità del corpo docente nella preparazione dei programmi formativi, e la collaborazione fra gli studenti per quanto concerne le modalità di apprendimento e gli ambienti formativi. Non solo: quali cellule vive dell’umanesimo solidale, legate da un patto educativo e da un’etica intergenerazionale, la solidarietà fra chi insegna e chi apprende deve essere progressivamente inclusiva, plurale e democratica.
  4. L’università dovrebbe essere la principale fucina per la formazione alla cooperazione nella ricerca scientifica, prediligendo – nell’alveo dell’umanesimo solidale – l’organizzazione di ricerche collettive, in ogni ambito della conoscenza, i cui risultati possano essere corroborati dall’oggettività scientifica dell’applicazione di logiche, metodi e tecniche idonee ma anche dall’esperienza di solidarietà compiuta dai ricercatori. Si tratta di favorire la formazione di gruppi di ricerca integrati fra personale docente, giovani ricercatori e studenti, e anche di sollecitare la collaborazione fra istituzioni accademiche situate in un contesto internazionale. Le reti di cooperazione dovranno istituirsi fra soggetti educativi e soggetti di altro genere, per esempio dal mondo delle professioni, delle arti, del commercio, dell’impresa e da tutti i corpi intermedi della società nei quali l’umanesimo solidale ha bisogno di propagarsi.
  5. Da più parti si solleva la domanda per un’educazione che superi le insidie dei processi di massificazione culturale, dai quali si producono gli effetti nocivi del livellamento e, con ciò, della manipolazione consumistica. L’insorgere di reti di cooperazione, nel quadro dell’educazione all’umanesimo solidale, può provvedere al superamento di tali sfide, perché offre decentramento e specializzazione. In una prospettiva di sussidiarietà educativa, tanto al livello nazionale che internazionale, si favorisce la condivisione di responsabilità e di esperienze, indispensabile per ottimizzare le risorse ed evitare i rischi. In tal modo si costruisce una rete non solo di ricerca ma, soprattutto, di servizio dove ci si aiuta vicendevolmente e si condividono le nuove scoperte, “scambiandosi i docenti per determinati periodi e sviluppando quelle iniziative che incrementano la loro collaborazione.”[34]
  1. Prospettive
  2. L’educazione e l’istruzione scolastica e universitaria sono stati sempre al centro della proposta della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Essa ha difeso la libertà di istruzione quando, nelle culture secolarizzate e laiciste, sembravano ridursi gli spazi assegnabili alla formazione ai valori religiosi. Attraverso l’educazione, ha continuato a rifornire di principi e di valori la convivenza pubblica quando le società moderne, illuse dai traguardi scientifici e tecnologici, giuridici e culturali, credevano insignificante la cultura cattolica. Oggi come in ogni epoca, alla Chiesa cattolica incombe ancora la responsabilità di contribuire, con il proprio patrimonio di verità e di valori, all’edificazione dell’umanesimo solidale, per un mondo pronto ad attualizzare la profezia contenuta nell’enciclica Populorum progressio.
  3. Per dare un’anima al mondo globale, attraversato da un costante cambiamento, la Congregazione per l’Educazione Cattolicarilancia la priorità dell’edificazione della “civiltà dell’amore”[35]ed esorta tutti coloro che per professione e per vocazione sono impegnati nei processi educativi – a tutti i livelli – a vivere con dedizione e sapienza tale loro esperienza, all’insegna dei principi e dei valori enucleati. Questo Dicastero – dopo il Congresso Mondiale “Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova”(Roma-Castel Gandolfo, 18-21 novembre 2015) – ha qui dato eco alle riflessioni e alle sfide emerse sia da parte dei docenti, dei discenti e dei genitori sia delle Chiese particolari, delle Famiglie religiose e delle Associazioni impegnate nel vasto universo dell’educazione.
  4. I presenti orientamenti sono consegnati a tutti i soggetti coinvolti con passione a rinnovare quotidianamente la missione educativa della Chiesa nei diversi continenti. Si vuole, altresì, offrire uno strumento utile per il dialogo costruttivo con la società civile e gli Organismi Internazionali. Nello stesso tempo, Papa Francescoha eretto la Fondazione “Gravissimum educationis[36]per quelle “finalità scientifiche e culturali volte a promuovere l’educazione cattolica nel mondo”[37].
  5. In conclusione, i temi e gli orizzonti da esplorare – a partire dalla cultura del dialogo, dalla globalizzazione della speranza, dall’inclusione e dalle reti di cooperazione – sollecitano tanto l’esperienza formativa e d’insegnamento quanto l’attività di studio e di ricerca. Sarà necessario, perciò, favorire la comunicazione di tali esperienze e dei risultati delle ricerche, così da consentire a ciascun soggetto impegnato nell’educazione all’umanesimo solidale di cogliere il senso della propria iniziativa nel processo globale di costruzione di un mondo fondato sui valori della solidarietà cristiana.

Roma il 16 aprile, solennità della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, dell’anno 2017

Card. Giuseppe Versaldi, Prefetto

Arciv. Angelo Vincenzo Zani, Segretario

INDICE

Introduzione

  1. Scenari attuali
    2. Umanizzare l’educazione
    3. Cultura del dialogo
    4. Globalizzare la speranza
    5. Per una vera inclusione
    6. Reti di cooperazione
    7. Prospettive

[1] PAOLO VI, Lettera enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967), 3.

[2] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (28 ottobre 1965), 4-5.

[3] PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACECompendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), 167.

[4] Anche per questo la Populorum progressio è stata spesso accostata, per la portata del suo discorso sociale, alla Rerum novarum di Leone XIII: cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 2-3; BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 8.

[5] Populorum progressio, 42.

[6] Cf. PAPA FRANCESCO, Discorso ai Partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum Progressio”, 4 aprile 2017.

[7] PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 24.

[8] “L'amore nella verità — Caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano.” BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 9.

[9] PAPA FRANCESCO, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 215.

[10] Cf. UNICEF, Rapporto sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2016, Unicef, Firenze 2016; UNICEF, Figli della recessione. L’impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef-Office of Research Innocenti, Firenze 2014.

[11] Cf. INTERNATIONAL ORGANIZATION FOR MIGRATION, World Migration Report 2015 – Migrants and Cities: New Partnerships to Manage Mobility, IOM, Geneva 2015.

[12] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 75.

[13] Ibid, 53

[14] Populorum progressio, 13; Cf. PAOLO VIDiscorso alle Nazioni Unite4 ottobre 1965.

[15] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sull'Educazione Cristiana Gravissimum educationis (28 ottobre 1965), 1 B.

[16] Ibid., 1.

[17] PAPA FRANCESCO, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.

[18] Si veda PAPA FRANCESCO, Catechesi del 20 maggio 2015 sulla famiglia e l’educazione.

[19] Ibid.

[20] PAPA FRANCESCO, Discorso ai partecipanti al Congresso mondiale su “Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova” promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, Roma, 21 novembre 2015.

[21] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate (28 ottobre 1965), 2, 4.

[22] PAPA FRANCESCO, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.

[23] Cf. CONGREGAZIONE PERL’EDUCAZIONE CATTOLICAEducare al dialogo interculturale nella scuola cattolica. Vivere insieme per una civiltà dell’amore, Città del Vaticano 2013, n. 45.

[24] Populorum progressio, 87.

[25] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Spe salvi (30 novembre 2007), 7.

[26] Ivi, 26.

[27] PAPA FRANCESCO, Discorso ai partecipanti alla Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 9 febbraio 2017.

[28] PAPA FRANCESCO, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.

[29] Ivi, 53.

[30] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae (15 agosto 1990), 34.

[31] Populorum progressio, 17.

[32] Ivi, 50.

[33] Ibid.

[34] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sull'Educazione Cristiana Gravissimum educationis, 12

[35] L’espressione “civiltà dell’amore” è stata usata da Paolo VI per la prima volta il 17 maggio 1970, festa della Pentecoste (Insegnamenti, VIII/1970, 506), e ripresa più volte durante il suo pontificato.

[36] PAPA FRANCESCO, Chirografo per l’erezione della Fondazione “Gravissimum Educationis” (28 ottobre 2015).

[37] Ibid.

PRESO UN BAMBINO, LO POSE IN MEZZO E ABBRACCIANDOLO DISSE LORO: CHI ACCOGLIE UNO DI QUESTI BAMBINI NEL MIO NOME, ACCOGLIE ME.

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adamo e bambini

Gesù vuole essere molto concreto. La comunità cristiana ha accolto da subito questo insegnamento ed ancora oggi lotta per la difesa di ogni bambino, sin dal suo concepimento nel seno materno.

Ogni cristiano è chiamato a vedere nel bambino la presenza stessa di Dio, che gli ha dato la vita. Il bambino poi per la sua innocenza e disponibilità, per la fiducia che ha nei suoi genitori, diventa modello del discepolo. Ogni credente è chiamato a vivere nello stesso atteggiamento di spirito da adulto, consapevole che ci si deve abbandonare senza riserve e con fiducia nelle braccia del Padre, per fare sempre la sua volontà.

La prospettiva della semplicità, dell’umiltà, della fragilità è la base della relazione con Dio e con i fratelli. Dio si accoglie in un cuore semplice e aperto al dialogo, al confronto, come i bambini che sono aperti alla vita e si affacciano alla vita. «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

CREDI NEGLI ANGELI? E NEI MIRACOLI? CREDI IN DIO? I GIOVANI CREDONO MA A MODO LORO.

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credi negli angeli

Una religione vissuta più come esperienza personale e privata. Viene sempre più percepita in ambito giovanile una netta separazione tra la dimensione religiosa e quelle che sono le istituzioni religiose. Credi negli angeli? … e nei miracoli? … credi in Dio?

Sono alcune delle molte domande che si scambiano gli adolescenti in Vedozero. Un blog movie girato per intero da settanta ragazzi tra i quindici e i diciotto anni, con il loro cellulare, in alcuni licei milanesi e diventato un film a cura di Andrea Caccia per raccontare l’adolescenza così come vista da loro stessi adolescenti.

Un diario e un riassunto di come questi ragazzi vedono e vivono la realtà che li circonda e i loro interessi: la scuola, la religione, la famiglia, le birre, il sabato sera, gli amici, la patente, lo skateboard, i sogni sull’altalena e i jeans nuovi per mostrare il culo, e poi l’ossessione del peso, l’incubo delle interrogazioni, le storie sulla prima volta, la confessione di chi ammette: “In teoria ti amo. Ma in pratica non ci capisco più un cazzo”.

ADAMO CALO’. I giovani credono ma a modo loro. Articolo in Mondo Voc/ottobre 2010

23 SETTEMBRE. SAN PIO DA PIETRELCINA

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padre PIO

Pochi santi furono, come padre Pio, dotati di doni straordinari che hanno richiamato su di lui l'attenzione del mondo intero: le stimmate, il profumo misterioso che emanava dal suo corpo, i carismi di profezie e di scrutamento dei cuori, le guarigioni e le conversioni attribuite alla sua preghiera.

Nel convento del Gargano, nel quale l'umile frate cappuccino viveva, la ressa di devoti era quotidiana: tutti lo volevano vedere, toccare; tutti desideravano assistere alla sua messa, un momento di rara intensità spirituale, e soprattutto confessarsi, rimettersi in sintonia con Dio guidati da lui. La confessione era un incontro che spesso sconvolgeva le persone mutando per sempre la loro vita, mentre il numero dei «convertiti» e dei devoti estimatori aumentava incessantemente. 

Francesco Forgione (così si chiamava padre Pio prima di indossare il saio francescano) era nato il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, piccolo paese di contadini e pastori della provincia di Benevento. I genitori, ambedue analfabeti, pur sudando sui campi, non riuscivano a sfamare la copiosa nidiata che avevano messo al mondo (sette figli). Tanto che papà Orazio un giorno si imbarcò per l'America sperando in una sorte migliore. Gli andò bene, lavoratore instancabile e avveduto, riuscì a mettere insieme una discreta fortuna.

Alla famiglia intanto badò mamma Maria Giuseppa. Forte e ricca di fede, aveva una predilezione per il piccolo Francesco, perché era il più gracile, spesso in preda a misteriose e violente febbri, e dotato di una fine sensibilità religiosa che lo portava a ricercare luoghi solitari per dedicarsi alla preghiera. E si chiedeva, mamma Maria, che cosa avrebbe potuto fare da grande quel suo figliolo così gracile. Risolse lui stesso il problema. Indicando con la mano il frate cappuccino venuto per la questua, disse: «Voglio farmi frate, come fra Camillo». 

Nel 1903, indossando il saio francescano nel convento dei cappuccini di Morone, iniziava il cammino di preparazione alla vita religiosa e sacerdotale che si concluse il 10 agosto 1910. E non fu un cammino facile: le misteriose malattie che lo avevano tormentato a casa, continuarono con assalti di una virulenza tale da far temere che non sarebbe mai giunto vivo all'ordinazione, tant'è vero che, non appena ebbe l'età minima richiesta dal diritto canonico, fu consacrato sacerdote. 

Il 5 agosto 1918 gli apparve un misterioso personaggio che gli trafisse il cuore con un dardo infuocato, mentre il 20 settembre riceveva le stimmate, inizialmente invisibili. «Ero in coro, ha raccontato lui stesso, dopo la celebrazione della santa messa, allorché venni sorpreso da un riposo simile a un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni nonché le stesse facoltà dell'anima si trovarono in una quiete indescrivibile. Vi subentrò subito una grande pace. E mentre tutto questo si andava operando, vidi innanzi un misterioso Personaggio, simile a quello visto il 5 agosto, che si differenziava solamente in questo: aveva le mani, i piedi e il costato che grondavano sangue. La sua vista mi atterrì. Mi sentii morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore che sentivo sbalzare dal petto. Il Personaggio si ritirò e io mi avvidi che mani, piedi e costato erano trasformati e grondavano sangue». 

Nel 1940, mentre il mondo era alle prese con il terribile dramma della guerra, nascevano su suo invito i «Gruppi di preghiera», un'istituzione che presto si diffuse proficuamente in tutto il mondo. «La preghiera, aveva detto ai suoi confratelli, è la chiave dei tesori di Dio, è l'arma del combattimento e della vittoria in ogni lotta per il bene e contro il male». 

Nel medesimo anno, spinto da un grande amore per il prossimo, soprattutto per quanti erano afflitti dalla malattia, metteva in moto un movimento di carità e di solidarietà per poter realizzare una struttura ospedaliera a servizio dei malati poveri. L'idea si concretizzava nel 1956 con l'inaugurazione della Casa sollievo della sofferenza, destinata a diventare uno degli ospedali meglio attrezzati del Meridione, nel quale lavorano luminari della medicina e dove tutti sono invitati a vedere nel malato e nel povero il volto stesso di Gesù. 

La domenica 20 settembre si fece gran festa, padre Pio celebrò messa e poi si affacciò a benedire i pellegrini che erano accorsi in gran numero. Fu l'ultima volta che lo videro vivo, perché la notte del 23, dopo aver recitato per intero il rosario, moriva. 

Padre Pio, che definiva se stesso «un frate che prega», è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II, che nutriva per lui grande devozione, il 2 maggio del 2000, e due anni dopo, il 16 giugno 2002 lo stesso Pontefice in piazza San Pietro, lo proclamò Santo e ne stabilì la memoria liturgica per il 23 settembre, "giorno della sua nascita al cielo".

LA CHIESA NON E’ SAGRESTIE E CANONICHE. ANNIBALE MARIA DI FRANCIA. PROFETA, TESTIMONE, MODELLO DI VITA.

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statua annibale maria

Ovunque appare un fenomeno soprannaturale ivi accorrono gli uomini. La testimonianza coerente di un uomo risulta essere polo di attrazione per tanti altri che sperano di trovare in lui e nella sua azione un motivo valido di vita. Quando poi la testimonianza di costui si esplica in una coraggiosa rinuncia personale per mettersi al servizio diretto degli emarginati, allora egli diventa maestro, trascinatore.

Il lavoro di S. Annibale M. Di Francia così fuori dell’usuale lavoro apostolico di un canonico di cattedrale, non poteva rimanere sconosciuto. Attorno a lui si crea una cerchia di amici, di volenterosi, di entusiasti, ma anche di gente seriamente impegnata, che si sentono attratti sia dalla sua persona, sia dal suo messaggio, dal suo ideale, che in lui diventa carisma realizzato: ognuno di noi deve essere operaio di Dio nella grande messe del mondo. 

Da una Chiesa così spesso identificata con le sagrestie e le canoniche, a fianco del Padre Di Francia si scopre un mondo nuovo; si riscoprono i clienti nuovi, i destinatari di sempre del Vangelo; ci si sente immersi nella grande messe di Dio, e nello stesso tempo ci si accorge di essere impreparati e insufficienti.

E’ lo stesso travaglio che provarono Cristo e gli apostoli quando videro tanta gente attorno a loro. “La messe è veramente molta; ma gli operai sono pochi; pregate dunque!”.

ADAMO CALO’. Omelia.  Padova,1 giugno 2003

L’UOMO NON VIVE DI SOLO PANE. C’È FAME D’AMORE, DI CONOSCENZA, DI BELLEZZA, DI SICUREZZA, DI GIOCO, DI ALLEGRIA

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LUOMO NON VIVE

Povertà è una parola controversa. Dallo scandalo urlante della miseria nasce la tendenza, spesso strumentale, di ridurre materialisticamente i bisogni umani al solo bisogno economico. Il povero viene così ad identificarsi con l’indigente.

Ma l’uomo non vive di solo pane. C’è una fame dello stomaco che, senza dubbio a certi livelli, vuole la priorità. Ma c’è anche una fame del cuore, una fame del cervello. C’è fame d’amore, di conoscenza, di bellezza, di sicurezza, di gioco, di allegria. Esse fanno della povertà qualcosa di più complesso che non la fame per semplice indigenza.

Povertà non può essere intesa soltanto come mancanza di reddito, quanto piuttosto mancanza di essere e di fare: la povertà è scarsa capacità di ottenere gratificazioni e di seguire un progetto di vita.

ADAMO CALO’. BENEFICENZA E/O SOLIDARIETÀ? Conferenza in Convegno studi su: Vangelo della carità – Fedeltà al Fondatore e sfide del presente. Messina, 7-10 dicembre 1995

22 SETTEMBRE. SAN MAURIZIO E COMPAGNI. MARTIRI DELLA LEGIONE TEBEA

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SAN MAURIZIO

Durante l'impero di Diocleziano e Massimiano, fra le legioni romane ve n'era una chiamata «Legione Tebea». Era composta di 6600 uomini, tutti cristiani, pieni di tanta fede e tanta pietà che pareva una' comunità religiosa. L'esercito romano non aveva legione migliore di questa, perché quelli che sono veramente cristiani, sono sempre i più diligenti nel compiere il loro dovere. 

Capo di questa legione era Maurizio. Cresciuto fra le armi, egli univa al coraggio un amore a Gesù Cristo davvero ammirabile, e praticava fedelmente le massime evangeliche. Un giorno Maurizio ricevette ordine dall'imperatore di recarsi in Italia, per unirsi al resto dell'esercito romano e andare nelle Gallie contro i Bagaudi, contadini, pastori e nomadi della Gallia, ancora legati alle loro tradizioni celtiche.

Maurizio, come sempre in tutte le cose che non si opponevano alla legge di Dio, prontamente ubbidì: venne in Italia, e s'incamminò verso la Gallia con la sua legione. 

Giunti nella Valesia presso Agauno, l'imperatore ordinò una sosta, durante la quale dispose che tutti i soldati assistessero ai sacrifici e giurassero di far strage di tutti i Cristiani. 

S. Maurizio ed i suoi legionari si rifiutarono, disposti a morire anziché offendere Dio. Massimiano allora ordinò che la legione fosse decimata; e udendo che gli altri erano rimasti fermi nel loro proposito, ne ordinò una seconda.

Ma quegli eroi intrepidi, invidiando la morte dei loro compagni su cui era caduta la sorte, mandarono all'imperatore questa protesta: «Signore, noi siamo vostri soldati, ma nello stesso tempo servi di Dio e gloriandoci di questo, ne facciamo una spontanea confessione.

A voi dobbiamo il servizio militare, a Dio l'innocenza; da voi riceviamo lo stipendio, da Dio abbiamo ricevuto la vita. Non possiamo dunque ubbidirvi offendendo Dio, Creatore e Padrone nostro e vostro, ancorché ricusiate di riconoscerlo per tale. Vi offriamo le nostre persone contro qualsivoglia nemico, ma non contro innocenti. Voi ci comandate di perseguitare i Cristiani; eccoci qui: noi siamo cristiani e confessiamo Iddio Padre, autore di tutte le cose, e Gesù Cristo, suo Figliuolo. Abbiamo le armi in mano, ma non faremo resistenza, perché amiamo più morire innocenti, che vivere colpevoli». 

Questa protesta inferocì Massimiano, che comandò ad un'altra legione di circondare la Tebea, e di uccidere tutti quelli che persistevano a confessare il nome di Gesù. Quei prodi, volendo, avrebbero certamente potuto difendersi con le armi, e il cielo stesso sarebbe forse venuto in loro aiuto, ma essi preferirono dare la vita per Gesù Cristo, ed in breve tempo furono tutti trucidati! 

21 SETTEMBRE 2017. GIORNATA MONDIALE CONTRO L'ALZHEIMER

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alzheimer

Celebrata in tutto il mondo il 21 settembre, la giornata mondiale Alzheimer è stata istituita nel 1994 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'obiettivo alla base dell'iniziativa era duplice: da un lato promuovere un movimento che creasse maggiore consapevolezza intorno ai problemi provocati dalla malattia, sviluppando una coscienza pubblica; dall'altro far sì che famiglie, medici, ricercatori e organizzazioni lavorino insieme per dare risposte concrete ai bisogni dei malati di Alzheimer e dei loro cari.

La malattia di Alzheimer, nota anche con il nome di "morbo", è stata scoperta nel 1906 e rappresenta la più comune forma di demenza. Colpisce per lo più gli over 65 ed è una patologia sporadica: solo nel 5% dei casi è collegata alla storia familiare.

L'Alzheimer è caratterizzato dal progressivo declino della memoria e altre funzioni cognitive, a causa di un progressivo deterioramento delle cellule cerebrali. I sintomi precoci sono di natura "non cognitiva": ci possono essere irrequietezza, aggressività, depressione o apatia.

Negli stadi più avanzati della malattia, il paziente è completamente dipendente dalle cure esterne. L'assistenza professionale e familiare fornita al malato può aiutare a migliorare la qualità della sua vita. Al momento, nonostante i grandi sforzi della ricerca, non esiste una cura per la malattia di Alzheimer, ma ci sono numerosi protocolli terapeutici che mirano a migliorare la qualità della vita. 

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