Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

  1 FOGLIETTO PARROCCHIALE

 

XXXI DOMENICA TEMPO ORDINARIO

RIFLETTI

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». (Mt 23,12)

Che cosa fa la differenza nella nostra fede?
Che cosa ci rende credibili in ciò che annunciamo?
La nostra fede è fatta di parole, e questo è un gran valore.

Ed è proprio dall’annuncio della Parola infatti che, attraverso le parole, la fede viene generata e accompagnata nel suo crescere. Eppure Gesù alle parole unisce i gesti, puntuali e fecondi. Parole e gesti sono uniti in un inscindibile legame: gli uni inverano e rafforzano le altre, e viceversa. Parole e gesti ci rendono testimoni autentici e credibili, annunciatori fecondi ed efficaci della fede, comunicatori significativi e appassionati di un rapporto con Dio che può davvero toccare e cambiare la vita.

Ma perché tutto questo sia vero non bastano le buone intenzioni. Non basta neppure essere convinti di riuscire a farlo. Anzi, proprio questo atteggiamento sarebbe il più rischioso: ci renderebbe molto simili a quegli scribi e farisei sedutisi «sulla cattedra di Mosè» contro i quali Gesù si schiera.

Umiltà e servizio dovrebbero essere gli atteggiamenti a cui aspiriamo, verso i quali tendiamo e che vorremmo diventassero in noi naturali come il respiro. Ma chi tra noi fosse convinto in cuor suo di esserlo, forse dovrebbe fare un passo indietro. Dovremmo essere sinceri, e dirci con verità che tra noi discepoli di Gesù questi valori non sono molto presenti.

Le rivalità che indeboliscono i carismi, le comunità religiose e parrocchiali hanno il retrogusto dell’arrivismo, della competizione, dei primi posti. Le invidie che si respirano e che sono causa di impoverimento, anche vocazionale, non si nutrono, né nutrono, fraternità, condivisione, stima reciproca. 

È come se ognuno di noi si impegnasse ad allungare frange e allargare filatteri; a porre pesi e fardelli sulle altrui coscienze. Ma questa non è la via del Vangelo. Uno solo è il Maestro. Riusciremo a imparare da lui? Non a parole però, ma nei fatti e in verità?

 


 

CONOSCIAMO PADRE ANNIBALE M.

 

il ROGATE: espressione della sua fede

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 Nella festa in onore del Nome Santissimo di Gesù, celebrata con particolare solennità da Padre Annibale sin dal 1888, si rivolge annualmente al Signore una Supplica.'

Nei «Regolamenti per le Figlie del Divino Zelo» Padre Annibale scrisse: «Disse Nostro Signore ai suoi Apostoli e ai suoi discepoli, e in persona di loro ai cristiani suoi veri seguaci sino alla fine del mondo: In verità, in verità vi dico tutto ciò che domanderete al Padre nel Nome mio ve la darò”… Finora avete  domandato e non avete ottenuto, perché non avete domandato nel mio nome, domandato nel mio Nome ed otterrete

-Non aver fede in queste divine promesse afferma Padre Annibale, è negare fede alla divinità stessa di Gesù Cristo. Pregare nel Nome di nostro Signore vuoi dire domandare le grazie pei meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, vuol dire appoggiarsi ai suoi divini meriti che tutto possono ottenerci dall'Eterno suo Padre; pregando nel Nome di Gesù, noi ci uniamo alle preghiere stesse di nostro Signore quando pregava nel tempo della sua vita mortale con preghiere perfettissime che il suo Eterno Genitore non poteva in modo alcuno rigettare; e tuttora, chiuso nei Santi Tabernacoli, riproduce tutte le sue divine preghiere all'Eterno Padre; e a queste noi ci uniamo quando preghiamo nel Nome di Gesù, con una ferma fiducia che nulla ci potrà negare l'Eterno Padre, avendone impegnata la sua parola Gesù Cristo stesso»."

 La fede di Padre Annibale nell'efficacia della preghiera ebbe come conseguenza immediata lo zelo sempre crescente per la diffusione del Rogate, perché attraverso questa preghiera-comando scaturita dal Cuore di Gesù si potesse dilatare e irrobustire la fede del popolo di Dio. 

 


 

Una piccola storia per l’anima

La lezione del caffè

CAFFE

 

Un gruppo di professori, tutti con successo nelle rispettive carriere, s'incontrò per far visita al loro vecchio insegnante. Subito la "chiacchiera" deviò sullo "stress" prodotto dall'attività e dalla vita in genere.

Il professore offrì loro del caffè. Andò in cucina e tornò con una caffettiera grande e una selezione di tazze molto varia. Ce n'erano di porcellana, di plastica e di cristallo: alcune semplici, altre decorate, di forma comune e finemente stilizzate. Tranquillamente, disse loro che scegliessero una tazza e si servissero con il caffè appena preparato. Quando lo ebbero fatto, il vecchio insegnante si schiarì la gola e, con molta calma e pazienza, parlò al gruppo:

«Vi sarete resi conto che le tazze che apparivano migliori sono finite prima di quelle che erano semplici e rozze? Questo è naturale, poiché ognuno preferisce avere il meglio per sé. Ed è questo il motivo dei vostri molti problemi».

E continuò: «Le tazze non cambiano la qualità del caffè. Infatti, la tazza contiene solo, o riveste, ciò che beviamo. Quello che a voi interessava era il caffè, non la tazza; ma, istintivamente, avete cercato le più belle. Provate a guardare le tazze degli altri. Adesso pensate a questo: la vita è il caffè. La fatica, i soldi, la posizione sociale sono semplici tazze, che le danno forma e supporto e il tipo di tazza che abbiamo non definisce né cambia, in realtà, la qualità della nostra vita. Perciò, se ci concentriamo solo sulla tazza, non riusciamo a gustare il caffè.

Gustate il caffè! La gente più felice non è quella che ha di più, ma quella che fa bene con quanto possiede. Quindi, ricordate: vivete, in modo semplice, in pace. Amate e comportatevi con generosità. Siate solidali e solleciti. Parlate con amabilità. Lasciate il resto a Dio».

(Bruno Ferrero, L’iceberg e la duna)

 


La  Parola di Papa Francesco

 

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Il Padre Nostro

 “Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”.

Così Papa Francesco nella conversazione con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, trasmessa nel programma ‘Padre nostro’ in onda su Tv2000 dal 25 ottobre ogni mercoledì alle 21.

“Ci vuole coraggio – ha aggiunto il Papa – per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire «papà» e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero? Osare, osare, ma tutti insieme. Per questo pregare insieme è tanto bello: perché ci aiutiamo l’un l’altro a osare”.

“Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, – ha proseguito il Pontefice – ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta”.

“Una volta – ha raccontato Papa Francesco – è venuta a Buenos Aires l’immagine della Madonna di Fatima e c’era una Messa per gli ammalati, in un grande stadio pieno di gente. Io ero già vescovo, sono andato a confessare e ho confessato, confessato, prima della Messa e durante.

Alla fine non c’era quasi più gente e io mi sono alzato per andarmene, perché mi aspettava una cresima da un’altra parte. È arrivata però una signora piccolina, semplice, tutta vestita di nero come le contadine del Sud d’Italia quando sono in lutto, ma i suoi splendidi occhi le illuminavano il viso. «Lei vuole confessarsi» le ho detto, «ma non ha peccati.»

La signora era portoghese e mi ha risposto: «Tutti abbiamo peccati…». «Stia attenta, allora: forse Dio non perdona.» «Dio perdona tutto» ha sostenuto con sicurezza. «E lei come fa a saperlo?» «Se Dio non perdonasse tutto» è stata la sua risposta, «il mondo non esisterebbe». Avrei voluto dirle: «Ma lei ha studiato alla Gregoriana!».

È la saggezza dei semplici, che sanno di avere un padre che sempre li aspetta”.

 


L ABATE MACARIO

 

L'ANGOLO DELLA PREGHIERA

 

Tu ci metti in guardia, Gesù,

dalla vanità  che dilaga in campo religioso:

 dai segni di distinzione,

dagli abiti solenni e costosi,

da tutto ciò che conduce ad esibirsi

 per essere considerati e stimati.

 

Tu vuoi che non approfittiamo

degli studi compiuti, del ruolo che rivestiamo,

delle competenze acquisite  per usurpare un posto che spetta solo a Dio,

l’unico Padre di tutti,

e a te, il solo, autentico Maestro.

 

 In effetti non è scomparsa la tentazione

 di esercitare un potere spirituale

 con l’ambizione di guidare le coscienze,

 di esercitare un’autorità sulle persone,

 sulla loro anima e sulle loro scelte,

dimenticandosi che solo tu, Gesù,

puoi parlare al cuore di ognuno

 con una voce inconfondibile,

tu che hai versato il tuo sangue per noi

e che sei il vero pastore che ci può guidare.

 

 Per questo non dobbiamo salire in cattedra

 pretendendo di aver qualcosa da insegnare,

ma piuttosto diventare discepoli,

seduti al loro banco per apprendere.

 

E non dobbiamo nemmeno cercare

 un posto sotto i riflettori,

 uno scranno prestigioso

che ci impone agli occhi di tutti.

Tu ci vuoi piuttosto dei servi,

 disponibili e pronti verso tutti.

 

di Roberto Laurita

 

AVVISI PARROCCHIALI

05/11-  Domenica:  durante la Santa  Messa  delle ore 11.30  Battesimo di Pepe Lavinia

 09/11-  Giovedì: Alle ore 17,30 si riprende l’adorazione eucaristia vocazionale

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