Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

18 FEBBRAIO. IL REGNO DEI CIELI SI PUÒ PARAGONARE A UN UOMO CHE HA SEMINATO DEL BUON SEME NEL SUO CAMPO.

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18 FEBBRAIO. Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.

In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio». Matteo 13 ,24-30

Commento al Vangelo

Il vero miracolo non è la trasfigurazione di Gesù ma sono Gesù stesso, il suo amore, la sua pazienza. Dopo aver assistito al miracolo della trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni non sembrano cambiati, anzi non lo sono affatto: rimangono uomini fragili, che discutono tra loro, che si chiedono cosa voglia dire risorgere dai morti, che non si rendono conto del fatto che Elia è già venuto e che era il Battista: Gesù non si scandalizza di questo, ma rimane al loro fianco.

Gesù mio. Insegnami la pazienza nella fede. Insegnami la pazienza nell’amore.

Insegnami che avere fede, amare, sono come un lavoro paziente. Bisogna seminare. Bisogna dormire. Bisogna sopportare di avere dei nemici. Bisogna attendere che le cose buone crescano. Non bisogna scandalizzarsi delle cattive. Ma solo attendere. Solo credere. Solo amare. Un giorno capirò cosa c’è nella mia vita. Cosa ho seminato. Cosa ha fatto frutto. E tu mi aiuterai a togliere i frutti del nemico. Ci sazieremo insieme del mio e del tuo buon seme.

DON MAURO LEONARDI

OLTRE CINQUANT’ANNI DAL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II. ACCETTARE IL NUOVO NON È RIFIUTARE IL PASSATO

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OLTRE CINQUANT’ANNI DAL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II. ACCETTARE IL NUOVO NON È RIFIUTARE IL PASSATO.

Sembra ieri. Ma sono ormai oltre passati cinquant’anni. Per qualsiasi altro evento nella storia sarebbe già tempo per soprassedere. Ma non è così per la Chiesa e non è così per un evento conciliare.

E’ tempo e non mancano i motivi per una rinnovata riflessione sulla importanza del Concilio Ecumenico vaticano II nella storia della Chiesa moderna, perché dal Concilio è nata, doveva nascere, dovrà nascere una chiesa più moderna per una società moderna, sulle motivazioni che ne chiesero la celebrazione, e soprattutto sulla ricezione e applicazione degli orientamenti conciliari, che porta il nostro discorso a riflettere e a interrogarci seriamente oggi sulla nostra adesione interiore e intellettuale a quelli che sono i messaggi e gli insegnamenti della Chiesa conciliare e post conciliare.

Accettare il nuovo e il moderno non sempre implica il rifiuto del passato e della tradizione.

È necessario che, crescendo in età e con il progredire del tempo, progrediscano anche la scienza e la sapienza, negli individui e nella stessa società, che vuol dire anche la Chiesa.

LA SPERANZA NON DELUDE (RM 5, 1-5)

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La speranza non delude (Rm 5, 1-5)

Fin da piccoli ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Nella mia terra, quelli che si vantano li chiamano “pavoni”. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Di cosa allora è giusto vantarsi? Perché se lui esorta a vantarsi, di qualcosa è giusto vantarsi. E come è possibile fare questo, senza offendere gli altri, senza escludere qualcuno?

Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia!

Tutto è dono! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino.

Paolo però esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire. Questo ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui.

Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai, delude. La speranza non delude! Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento, cioè il fondamento della speranza cristiana, è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito – che è l’amore di Dio – come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. “Ma in questo momento brutto?” – Dio mi ama. “E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?” – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama.

Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci “canali”, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude.

PAPA FRANCESCO. UDIENZA 15 FEBBRAIO 2017

LA PAROLA DI DIO VA PROCLAMATA CON PREGHIERA

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La Parola di Dio va proclamata con preghiera. Sempre. Senza preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione. Ma non è la Parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la Parola di Dio. La preghiera, perché il Signore accompagni questo seminare la Parola, perché il Signore annaffi il seme perché germogli, la Parola. La Parola di Dio va proclamata con preghiera: la preghiera di quello che annuncia la Parola di Dio”.

PAPA FRANCESCO. MEDITAZIONE MATTUTINA DEL 14 FEBBRAIO 2017 NELLA CAPPELLA DELLA  DOMUS SANCTAE MARTHAE

COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO – 15 FEBBRAIO 2017 – DON MAURO LEONARDI

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Commento al Vangelo del giorno – 15 Febbraio 2017 – don Mauro Leonardi

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio». Marco 8,22-26

Gesù non rende mai accecante il cammino verso la verità ma lento, rispettoso della nostra identità, come quando per tre volte chiede a San Pietro: “mi ami”? e alla fine accetta e adotta lui stesso quel “ti voglio bene” che è la massima forma di amore che Pietro può dargli in quel momento. Così fa ora quando prende per mano questo cieco. Condivide con lui un cammino. Fa un primo passo verso il miracolo. E poi un altro. Fino alla definitiva liberazione dell’uomo.

Non tutti i miracoli sono uguali. Non tutti i ciechi sono uguali. Perché non tutti gli uomini sono uguali. Torna la vista non per magia. Non per formule magiche. Ma per amore. E ogni uomo è amato e ama diversamente. C’è chi è miracolato, amato, in una piazza. Chi portato da amici. Chi da estranei. Chi in giorno di festa. Chi in giorno feriale. Chi di giorno. Chi di notte. Chi da vicino. Chi da lontano. E c’è chi viene portato da chissà chi. E c’è chi viene portato fuori chissà dove. Lontano dagli altri. Per mano con Lui. E la luce arriva piano. E la vista torna lentamente. E non si sa perché. Lo sa il cieco, lo sa Gesù. E basta. È affar loro. Del loro amore. E non c’è nulla da dire a nessuno.

LA PRIMA COSA CHE DIO CHIEDE AD ADAMO SUBITO DOPO LA CADUTA, È: DOVE SEI?

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la prima cosa che Dio chiede ad Adamo subito dopo la caduta, è: Dove sei?

Da quel momento l’uomo è sempre chiamato a rispondere a questo interrogativo: dove sono? dove mi trovo? L’uomo non ha più un luogo garantito su questa terra, ma ogni giorno si deve costruire un luogo dove poter abitare.  E questo luogo si apre proprio rispondendo alla domanda: dove sei? Il luogo abitabile cioè è una risposta.

MARCO GUZZI

COME IL BAMBINO, CHE PIANGENDO GRIDA ALLA MADRE, L'ANIMA NELLA PREGHIERA CERCA ARDENTEMENTE IL LATTE DIVINO.

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COME IL BAMBINO, CHE PIANGENDO GRIDA ALLA MADRE, L'ANIMA NELLA PREGHIERA CERCA ARDENTEMENTE IL LATTE DIVINO.

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l'anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l'anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Omelia 6, sulla preghiera.

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