Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ. RENDERE LA PROPRIA VITA UNA PERENNE VIGILIA DI QUESTO GIOIOSO INCONTRO.

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PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ. RENDERE LA PROPRIA VITA UNA PERENNE VIGILIA DI QUESTO GIOIOSO INCONTRO.

Quaranta giorni dopo la Natività, la Chiesa celebra la festa della Presentazione al Tempio di Gesù, ovvero, come è chiamata nella tradizione, la festa dell’Incontro del Signore. La festa commemora e contempla un evento riportato nel Vangelo di Luca: quaranta giorni dopo la nascita di Gesù a Betlemme, Giuseppe e Maria, secondo la pratica religiosa del tempo, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, così come prescritto dalla legge mosaica.

Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, uomo dell’attesa, presente all’evento, esprime se stesso e la sua gioia in un breve inno.

L’immagine del vecchio uomo che tiene il bambino tra le sue braccia è suggestiva e bellissima. C’è forse qualcosa al mondo di più gioioso di un incontro con qualcuno che si ama? In questa prospettiva vivere è un’attesa, un protendersi verso questo incontro.

Questo vecchio uomo ha speso tutta la sua vita nell’attesa della luce che illumina ogni uomo che ricolma tutto con la sua gioia, meditando, pregando e rendendo la sua vita una perenne vigilia di questo gioioso incontro.

Non c’è paura, nulla è sconosciuto, tutto è pace, rendimento di grazie e amore.

2 FEBBRAIO - FESTA DELLA CANDELORA: QUAL È IL SUO SIGNIFICATO?

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2 FEBBRAIO - FESTA DELLA CANDELORA: QUAL È IL SUO SIGNIFICATO?

La Candelora viene chiamata anche Festa della purificazione della Vergine Maria e della presentazione di Gesù al Tempio.

Le candele accese simboleggiano infatti Gesù Cristo la luce del mondo, come si esprime il vecchio Simeone. Cristo è la "luce per illuminare le genti", da cui il chiaro riferimento alle candele ed al nome che ne deriva.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

2 FEBBRAIO. FESTA DELLA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO. GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA. IL TUO VOLTO SIGNORE IO CERCO.

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IL TUO VOLTO SIGNORE IO CERCO.

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO.

GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA.

L’immagine evangelica della Presentazione di Gesù al tempio manifesta la sapienza di Simeone e Anna, di una vita dedicata totalmente alla ricerca del volto di Dio, dei suoi segni, della sua volontà; una vita dedicata all’ascolto e all’annuncio della sua Parola. “«Faciem tuam, Domine, requiram»: il tuo volto, Signore, io cerco (Sal 26,8) …

La vita consacrata è nel mondo e nella Chiesa segno visibile di questa ricerca del volto del Signore e delle vie che conducono a Lui (cfr Gv 14,8) …

La persona consacrata testimonia dunque l’impegno, gioioso e insieme laborioso, della ricerca assidua e sapiente della volontà divina”

(cfr. Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Istruzione Il servizio dell’autorità e l’obbedienza).

2 FEBBRAIO. XXI GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA. FEDELTA’ E ABBANDONI

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE
PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ
DI VITA APOSTOLICA


Sabato, 28 gennaio 2017

Cari fratelli e sorelle,

è per me motivo di gioia potervi ricevere oggi, mentre siete riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni. Saluto il Cardinale Prefetto e lo ringrazio per le parole di presentazione; e saluto tutti voi esprimendovi la mia riconoscenza per il vostro lavoro a servizio della vita consacrata nella Chiesa.

Il tema che avete scelto è importante. Possiamo ben dire che in questo momento la fedeltà è messa alla prova; le statistiche che avete esaminato lo dimostrano. Siamo di fronte ad una “emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano. È vero che alcuni lasciano per un atto di coerenza, perché riconoscono, dopo un discernimento serio, di non avere mai avuto la vocazione; però altri con il passare del tempo vengono meno alla fedeltà, molte volte solo pochi anni dopo la professione perpetua. Che cosa è accaduto?

Come voi avete ben segnalato, molti sono i fattori che condizionano la fedeltà in questo che è un cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi. Mi raccontava un vescovo, tempo fa, che un bravo ragazzo con laurea universitaria, che lavorava in parrocchia, è andato da lui e ha detto: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni”. La cultura del provvisorio.

Il primo fattore che non aiuta a mantenere la fedeltà è il contesto sociale e culturale nel quale ci muoviamo. Viviamo immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, che può condurre a vivere “à la carte” e ad essere schiavi delle mode. Questa cultura induce il bisogno di avere sempre delle “porte laterali” aperte su altre possibilità, alimenta il consumismo e dimentica la bellezza della vita semplice e austera, provocando molte volte un grande vuoto esistenziale. Si è diffuso anche un forte relativismo pratico, secondo il quale tutto viene giudicato in funzione di una autorealizzazione molte volte estranea ai valori del Vangelo.

Viviamo in società dove le regole economiche sostituiscono quelle morali, dettano leggi e impongono i propri sistemi di riferimento a scapito dei valori della vita; una società dove la dittatura del denaro e del profitto propugna una visione dell’esistenza per cui chi non rende viene scartato. In questa situazione, è chiaro che uno deve prima lasciarsi evangelizzare per poi impegnarsi nell’evangelizzazione.

A questo fattore del contesto socio-culturale dobbiamo aggiungerne altri. Uno di essi è il mondo giovanile, un mondo complesso, allo stesso tempo ricco e sfidante. Non negativo, ma complesso, sì, ricco e sfidante. Non mancano giovani molto generosi, solidali e impegnati a livello religioso e sociale; giovani che cercano una vera vita spirituale; giovani che hanno fame di qualcosa di diverso da quello che offre il mondo. Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi. Però anche tra i giovani ci sono molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile. Questa logica seduce anche molti giovani. Il nostro impegno non può essere altro che stare accanto a loro per contagiarli con la gioia del Vangelo e dell’appartenenza a Cristo. Questa cultura va evangelizzata se vogliamo che i giovani non soccombano.

Un terzo fattore condizionante proviene dall’interno della stessa vita consacrata, dove accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza che rendono difficile la fedeltà. Tali situazioni, tra le altre, sono: la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere – gli arrampicatori –, una maniera mondana di governare gli istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”. Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta.

Un aspetto che si dovrà curare in modo particolare è la vita fraterna in comunità. Essa va alimentata dalla preghiera comunitaria, dalla lettura orante della Parola, dalla partecipazione attiva ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, dal dialogo fraterno e dalla comunicazione sincera tra i suoi membri, dalla correzione fraterna, dalla misericordia verso il fratello o la sorella che pecca, dalla condivisione delle responsabilità. Tutto questo accompagnato da una eloquente e gioiosa testimonianza di vita semplice accanto ai poveri e da una missione che privilegi le periferie esistenziali. Dal rinnovamento della vita fraterna in comunità dipende molto il risultato della pastorale vocazionale, il poter dire «venite e vedrete» (cfr Gv 1,39) e la perseveranza dei fratelli e delle sorelle giovani e meno giovani. Perché quando un fratello o una sorella non trova sostegno alla sua vita consacrata dentro la comunità, andrà a cercarlo fuori, con tutto ciò che questo comporta (cfr La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, 32).

La vocazione, come la stessa fede, è un tesoro che portiamo in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7); per questo dobbiamo custodirla, come si custodiscono le cose più preziose, affinché nessuno ci rubi questo tesoro, né esso perda con il passare del tempo la sua bellezza. Tale cura è compito anzitutto di ciascuno di noi, che siamo stati chiamati a seguire Cristo più da vicino con fede, speranza e carità, coltivate ogni giorno nella preghiera e rafforzate da una buona formazione teologica e spirituale, che difende dalle mode e dalla cultura dell’effimero e permette di camminare saldi nella fede. Su questo fondamento è possibile praticare i consigli evangelici e avere gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5). La vocazione è un dono che abbiamo ricevuto dal Signore, il quale ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha amato (cfr Mc 10,21) chiamandoci a seguirlo nella vita consacrata, ed è allo stesso tempo una responsabilità di chi ha ricevuto questo dono.

Con la grazia del Signore, ciascuno di noi è chiamato ad assumere con responsabilità in prima persona l’impegno della propria crescita umana, spirituale e intellettuale e, al tempo stesso, a mantenere viva la fiamma della vocazione. Ciò comporta che a nostra volta teniamo fisso lo sguardo sul Signore, facendo sempre attenzione a camminare secondo la logica del Vangelo e non cedere ai criteri della mondanità. Tante volte le grandi infedeltà prendono avvio da piccole deviazioni o distrazioni. Anche in questo caso è importante fare nostra l’esortazione di san Paolo: «E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno» (Rm 13,11).

Parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. E questo vorrei sottolinearlo. È necessario che la vita consacrata investa nel preparare accompagnatori qualificati per questo ministero. E dico la vita consacrata, perché il carisma dell’accompagnamento spirituale, diciamo della direzione spirituale, è un carisma “laicale”. Anche i preti lo hanno; ma è “laicale”. Quante volte ho trovato suore che mi dicevano: “Padre, lei non conosce un sacerdote che mi possa dirigere?” – “Ma, dimmi, nella tua comunità non c’è una suora saggia, una donna di Dio?” – “Sì, c’è quella vecchietta che… ma… “ – “Vai da lei!”. Prendetevi cura voi dei membri della vostra congregazione. Già nella precedente Plenaria avete constatato tale esigenza, come risulta anche nel vostro recente documento Per vino nuovo otri nuovi (cfr nn. 14-16). Non insisteremo mai abbastanza su questa necessità. È difficile mantenersi fedeli camminando da soli, o camminando con la guida di fratelli e sorelle che non siano capaci di ascolto attento e paziente, o che non abbiano un’adeguata esperienza della vita consacrata. Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle esperti nelle vie di Dio, per poter fare ciò che fece Gesù con i discepoli di Emmaus: accompagnarli nel cammino della vita e nel momento del disorientamento e riaccendere in essi la fede e la speranza mediante la Parola e l’Eucaristia (cfr Lc 24,13-35). Questo è il delicato e impegnativo compito di un accompagnatore. Non poche vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori.

Tutti noi consacrati, giovani e meno giovani, abbiamo bisogno di un aiuto adeguato per il momento umano, spirituale e vocazionale che stiamo vivendo. Mentre dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze. Questo è importante: l’accompagnamento spirituale non deve creare dipendenze. Mentre dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze, che protegga, controlli o renda infantili, non possiamo rassegnarci a camminare da soli, ci vuole un accompagnamento vicino, frequente e pienamente adulto. Tutto ciò servirà ad assicurare un discernimento continuo che porti a scoprire il volere di Dio, a cercare in tutto ciò che più è gradito al Signore, come direbbe sant’Ignazio, o – con le parole di san Francesco d’Assisi – a “volere sempre ciò che a Lui piace” (cfr FF 233). Il discernimento richiede, da parte dell’accompagnatore e della persona accompagnata, una fine sensibilità spirituale, un porsi di fronte a sé stesso e di fronte all’altro “sine proprio”, con distacco completo da pregiudizi e da interessi personali o di gruppo. In più occorre ricordare che nel discernimento non si tratta solamente di scegliere tra il bene e il male, ma tra il bene e il meglio, tra ciò che è buono e ciò che porta all’identificazione con Cristo. E continuerei a parlare, ma finiamo qui.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora e invoco su di voi e sul vostro servizio come membri e collaboratori della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica la continua assistenza dello Spirito Santo, mentre di cuore vi benedico. Grazie.

 

 

CRISTIANI NON SI NASCE, SI DIVENTA

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«CRISTIANI NON SI NASCE, SI DIVENTA», scrisse ai suoi tempi Tertulliano.

È un’affermazione particolarmente attuale. Non si può più dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo, che si abbia una qualche esperienza di Chiesa. Vale per fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni.

C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo.

(Cfr. Nota pastorale dell’Episcopato italiano, Il Volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia).

NON È FACILE COMPIERE IL PROPRIO DOVERE E MENO ANCORA COMPIERLO SEMPRE BENE

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NON È FACILE COMPIERE IL PROPRIO DOVERE E MENO ANCORA COMPIERLO SEMPRE BENE.

C’è da lottare e vincere la pigrizia, l’egoismo, la noia, la stanchezza e forse anche il nostro spirito di indipendenza, di ribellione, di rivalsa. E poi non siano costretti a fare bene ogni cosa soltanto per il gusto o il puntiglio o la vanità di essere precisi e quindi essere lodati dagli altri, che nessuno possa dire niente di male di noi.

Essere precisi in quello che si fa è il mestiere dell’orologiaio, del meccanico, del matematico, di chiunque deve lavorare di precisione. Noi siamo chiamati a fare bene ogni cosa anche quando nessuno ci vede e non speriamo in nessuna ricompensa dagli altri.

Proprio come Gesù. Quando viveva su questa terra, dice il vangelo, fece bene ogni cosa e soltanto per dare gloria a Dio.

31 GENNAIO. MEMORIA DI SAN GIOVANNI BOSCO.

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«RICORDATEVI CHE L'EDUCAZIONE È COSA DEL CUORE E CHE DIO SOLO NE È IL PADRONE, E NOI NON POTREMO RIUSCIRE A COSA ALCUNA SE DIO NON CE NE INSEGNA L'ARTE E NON CE NE METTE IN MANO LE CHIAVI».

San Giovanni Bosco

IL NOME DI GESÙ È NOME BENEDETTO, È OLIO EFFUSO DAPPERTUTTO

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Il nome di Gesù è Nome benedetto, è olio effuso dappertutto.

Dal Cielo l’olio di quel Nome divino è sceso in Giudea e da là è scorso fino a tutta la terra, dove la santa Chiesa esclama: «Il tuo nome è un olio effuso», totalmente effuso. Esso non solo bagna il Cielo e la terra, ma si sparge perfino negli inferi, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia dalle creature celesti, che dalle terrestri e infernali e ogni lingua confessi (Fil. II, 10-11) e dica: «Il tuo Nome è un olio effuso».

… Ma perché il nome di Gesù è proprio olio? Il paragone è dovuto al fatto che l’olio ha una triplice qualità, cioè : illumina, nutre e unge. L’olio alimenta il fuoco, nutre la carne, lenisce il dolore; perciò l’olio è luce, cibo, medicina. Da ciò si vede perché il nome di Gesù è un olio effuso: illumina quando viene predicato; nutre quando viene meditato, lenisce le sofferenze e unge quando viene invocato.

 … Portando questo Nome come una luce gridava dappertutto: «La notte è ormai passata, il giorno si avvicina, rigettiamo dunque le opere delle tenebre e rivestiamo le armi della luce, come in pieno giorno, camminiamo onestamente» (Rom. XIII, 12-13). Questa luce risplendette e abbagliò gli occhi di quelli che guardavano, quando, uscendo come lampo dalla bocca di S. Pietro guarì lo storpio e illuminò il fondo di molti ciechi spirituali. Questa luce sparse il fuoco quando disse: «Nel nome di Gesù Cristo Nazareno sorgi e cammina» (Atti III, 6).

… Il SS. Nome di Gesù non è solo luce, ma anche cibo. Forse che non si è confortati tutte le volte che lo si ricorda. Esso nutre la mente di chi lo pensa, rinvigorisce le forze che si esercitano nelle battaglie spirituali, rafforza le virtù, nutre i buoni e costumi riscalda i casti affetti. Ogni cibo dell’anima è arido e insipido se non è condito con questo olio e questo sale. Se si scrive qualcosa, chi leggerà, non gusterà se non vi leggerà il nome di Gesù. Se si discute o si colloquia, non si gusterà la conversazione se non si sentirà il nome di Gesù. Gesù è miele nella bocca, musica nelle orecchie, giubilo nel cuore.

… Il SS. nome di Gesù non è solo luce e cibo, ma è anche medicina. Qualcuno è triste? Faccia salire dal cuore alla bocca il nome di Gesù ed ogni nuvolaglia fuggirà e ritornerà il sereno. Qualcuno è caduto in peccato e corre sul laccio della morte disperando? Se invocherà il Nome della Vita, subito la vera Vita si dilaterà in lui.

Chi può rimanere nella durezza del cuore, nel torpore dell’ignavia, nel rancore dell’anima, nel languore dell’accidia, se si stampa nella mente il SS. Nome di Gesù? Chi essendoglisi inaridita la fonte delle lacrime, dopo aver invocato il Nome di Gesù non l’ha sentita sbloccarsi e sgorgare più ricca e fluire più soave? Chi, tremando e temendo dei pericoli, avendo invocato il Nome della forza divina non riacquistò immediatamente fiducia e scacciò il timore? Chi tormentato e ondeggiante nel dubbio, invocato quel Nome glorioso, non fu subito ripieno di certezza? Chi, scoraggiato, e anzi essendo già venuto meno a causa delle avversità, quando senti risuonare il Nome dell’aiuto divino non fu riempito di fortezza? Se tali sono le malattie e i languori dell’anima, il SS. Nome di Gesù è la medicina. Il Signore stesso lo conferma, perché ha detto: «Invocami nel giorno della tribolazione; Io ti libererò e tu mi invocherai» (Salmo XLIX, 15).

Nulla se non il SS. Nome di Gesù trattiene cosi l’impeto dell’ira, seda il gonfiore della superbia, guarisce la ferita del livore, restringe il flusso della lussuria, estingue la fiamma della libidine, tempera la sete dell’avarizia, e mette in fuga il prurito per ogni cosa indecente. Infatti, quando nomino Gesù mi propongo come esempio un uomo mite e umile di cuore, benigno e sobrio, casto, misericordioso, e ricolmo di ogni santità e onestà, e lo stesso Dio onnipotente che con il suo aiuto mi guarisce e mi rinforza.

Tutte queste cose mi risuonano nell’anima, quando risuona il SS. Nome di Gesù. O anima mia, questa è la tua medicina, nascosta nel vaso del SS. Nome di Gesù. Essa è sempre efficace e salutare contro ogni tua malattia. Tale Nome sia sempre nel tuo fondo, nei tuoi affetti e atti, perché dice ancora il Cantico dei cantici: «Ponimi come segno nel tuo cuore, come segno sul tuo braccio» (Cant. VIII, 6).

Nel SS. Nome di Gesù hai da dove medicare il braccio e il cuore, hai da dove correggere le tue cattive azioni e perfezionare le imperfette, inoltre hai da dove poter conservare i tuoi affetti perché non si corrompano e, se si sono corrotti, da dove poterli risanare.

Che la nostra anima si ricordi sempre che il SS. Nome di Gesù è il suo olio, cioè la luce che la illumina, il cibo che la vivifica e la medicina che la guarisce. Amen.

(cfr. San Bernardo di Chiaravalle. XV Sermone sul Cantico dei Cantici. Omelia in occasione della festa del SS. Nome di Gesù).

I ROGAZIONISTI E LA FESTA DEL NOME SANTISSIMO DI GESÙ.

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I Padri Rogazionisti e la Festa del Nome Santissimo di Gesù.

Il 31 gennaio per la Famiglia del Rogate e quindi anche per la nostra Parrocchia di S. Antonio a Circonvallazione Appia, è la Festa del Nome Santissimo di Gesù.

Tutti i Rogazionisti, le Figlie del Divino Zelo e i laici loro associati, si riuniscono oggi in ogni parte del mondo, per elevare a Dio Padre una speciale Supplica nel Nome di Gesù, una tradizione voluta da S. Annibale Maria.

Nella spiritualità rogazionista l’intero mese di gennaio è consacrato al Nome SS.mo di Gesù, la cui devozione è tra le primarie della Storia e della prassi liturgica Rogazionista.

Il culmine di questa devozione è costituito dalla novena e dalla Grande Supplica: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena».

Su questa parola Santo Annibale Maria, fin dal 1888, diede avvio alla pratica della Supplica all’Eterno Divin Genitore, una lunga preghiera composta da 34 petizioni da presentare a Dio Padre nella data del 31 gennaio di ogni anno.

Le petizioni della grande supplica compendiano, anno per anno, la storia della Congregazione rogazionista, le sue vicende liete e tristi, attraverso la lode, il rendimento di grazie al Signore e la richiesta di aiuti e favori celesti.

“Nella festa del Nome di Gesù pregando nel suo nome, ci uniamo alle preghiere stesse di Nostro Signore quando pregava nel tempo della sua vita mortale con preghiere perfettissime che il suo Eterno genitore non poteva in alcun modo rigettare; e tutt’ora chiuso nei santi tabernacoli, riproduce tutte le sue divine preghiere all’Eterno Padre e a queste noi ci uniamo quando preghiamo nel nome di Gesù”. (S. Annibale M. di Francia. Scritti, vol. 3, p. 80).

La devozione al Nome di Gesù, si apre necessariamente all’attenzione verso i poveri ed i piccoli della nostra società, in essi infatti si nasconde e si manifesta la stessa persona di Gesù Cristo.

31 gennaio. FESTA DEL NOME DI GESU’. EGLI CI INSEGNA CHE DIO E’ PADRE.

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31 gennaio.

FESTA DEL NOME DI GESU’. EGLI CI INSEGNA CHE DIO E’ PADRE.

Nel dialogo della creatura con il suo Dio, Gesù inaugura un registro d'infinita tenerezza, che solo il Figlio in persona poteva svelarci. Dio non è più soltanto il Creatore dell’universo, il Signore degli eserciti, la roccia inespugnabile, o il baluardo della salvezza, così come viene celebrato nei Salmi dell’Antico Testamento. Egli ormai per noi è molto più semplicemente il Padre che è nei cieli, una espressione meravigliosa che ci avvicina a Lui e ci fa sentire bisognosi di Lui ogni momento della giornata.

(da La voce di un monaco del nostro tempo).

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