Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

CHIEDETE E VI SARÀ DATO, CERCATE E TROVERETE, BUSSATE E VI SARÀ APERTO. COSÌ DICE IL SIGNORE. MA SARÀ PROPRIO VERO?

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CHIEDETE E VI SARÀ DATO, CERCATE E TROVERETE, BUSSATE E VI SARÀ APERTO. COSÌ DICE IL SIGNORE. MA SARÀ PROPRIO VERO?

Il dubbio si insinua, specie dopo le tante delusioni per grazie che abbiamo chiesto e non abbiamo mai ottenuto.

La Parola di Dio però rimane vera. E’ invece forse la nostra mancanza di fede che non lascia alla Parola di Dio lo spazio per agire.

La nostra fede si manifesta nella concretezza della vita, amando il Signore nell’obbedienza alla sua Legge e accettando la sua Volontà. La nostra fede si riassume nel comandamento dell’amore, in altre parole tutto ciò che tu vuoi ricevere da Dio, dovresti farlo agli altri.

CONCEDI SIGNORE CHE POSSIAMO RISCOPRIRE IL SENSO DELLA NOSTRA VITA CONSACRATA QUALE ESPERIENZA DI FEDE.

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CONCEDI SIGNORE CHE POSSIAMO RISCOPRIRE IL SENSO DELLA NOSTRA VITA CONSACRATA QUALE ESPERIENZA DI FEDE.

Che possiamo tornare ad essere profeti coraggiosi e generosi per ricercare con profondo spirito di preghiera che cosa significhi vivere oggi una vita consacrata in sintonia con il vangelo, con il carisma originario del nostro istituto religioso e attenti e coinvolti con i segni e le esigenze del nostro tempo.

Che possiamo leggere con fede e fronteggiare con fiducia i mutamenti all'interno delle nostre comunità: l'elevarsi dell'età media, la scarsità di nuove vocazioni, il progressivo diminuire dei membri, il pluralismo nello stile di vita e nelle opere e, spesso, l'incertezza sulla propria identità.

Che possiamo ricostruire la nostra visione di comunità intesa come fraternità, nella quale i fratelli non si scelgono tra gli amici, ma vengono accolti e stimati come dono, e far emergere nel quotidiano che ciò che ci unisce è la chiamata alla comunione vicendevole che si manifesta nella condivisione di preghiera, lavoro, pasti e tempi di riposo, spirito di gruppo, rapporti di amicizia, collaborazione in un medesimo apostolato, sostegno vicendevole in una comunanza di vita, scelta per un migliore servizio del Cristo.

Per alcuni tra i confratelli l'apostolato si sta trasformando, con il passare degli anni, in missione di preghiera e di malattia, in testimonianza di sofferenza. Essi rimangono attivi e autentici apostoli, non perché esercitano un apostolato, ma perché vivono come vissero gli apostoli, innamorati di Cristo sulla via della croce.

SULLA PREGHIERA DEI GIOVANI CIRCOLANO UN SACCO DI VOCI PER DIFFIDENZA O PRECONCETTI.

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SULLA PREGHIERA DEI GIOVANI CIRCOLANO UN SACCO DI VOCI PER DIFFIDENZA O PRECONCETTI.

Per alcuni giovani è soltanto tempo perso quello che si spende in preghiera. Per altri Dio non è che può esaudire tutto ciò che noi vogliamo e chiediamo nella preghiera. Per altri però la preghiera è un momento importante della vita, come quando si scopre l’amore, che prima di essere dimostrato ci coinvolge e ci conquista.

Se un giovane prega la sua vita diventa diversa, anche agli occhi degli altri.

Quanta gente quando vede un giovane pregare, sgrana gli occhi e pensa che sia entrato in qualche crisi un po’ strana.

La stessa gente che forse non si meraviglia per niente di vedere il proprio figlio rientrare a casa alle due o tre di notte mezzo ubriaco dalla discoteca. O se passa tutta la giornata davanti al televisore a dormire o al computer per chattare.

VITA CONSACRATA OGGI. LAVORARE SENZA SOSTA PER AVERE LA SENSAZIONE DI ESSERE ANCORA VIVI.

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VITA CONSACRATA OGGI. LAVORARE SENZA SOSTA PER AVERE LA SENSAZIONE DI ESSERE ANCORA VIVI.

Correre da mattina a sera, muoversi senza sosta, lavorare senza mai riposare, un attivismo sfrenato. Senza lasciare tempo né spazio alla riflessione, alla valutazione. Come se uno volesse fuggire da se stesso e dal proprio silenzio, per paura di crollare nel vuoto, per mancanza di sapore o di senso. Lavorare indefessamente per avere la sensazione di essere vivi.

Allora cosa succederà, quando questo attivismo un certo giorno finirà? Dove fuggiremo lontano da noi stessi? Chi ci libererà dal vuoto di senso e di gusto? Cosa succederà, quando non ci sarà più nessuno a cantare ed elogiare i nostri successi apostolici?

Forse per qualche religioso oggi l'unica motivazione di tale attivismo è la ricerca di una buona assicurazione, anche economica, un dubbio e una tentazione già presente nella vita religiosa.

LA POVERTÀ È FAME E NON SOLO.

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LA POVERTÀ È FAME E NON SOLO.

La povertà è vivere senza un tetto.

La povertà è essere ammalati e non riuscire a farsi visitare da un medico.

La povertà è non potere andare a scuola e non sapere leggere.

La povertà è non avere un lavoro, è timore del futuro, è vivere giorno per giorno.

La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente; la povertà è mancanza di libertà.

La povertà è una situazione da cui bisogna evadere e chiede di cambiare il mondo per fare sì che molte più persone possano avere un buon livello di nutrizione, un alloggio adeguato, accesso all'educazione e alla salute, protezione dalla violenza, e voce in ciò che succede nella loro comunità.

MA PERCHE' I SANTI SONO TUTTI O QUASI TUTTI PRETI E SUORE?

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MA PERCHE' I SANTI SONO TUTTI O QUASI TUTTI PRETI E SUORE?

Ma che forse anche il paradiso è un istituto riservato a loro?

Io credo invece che uno si fa santo sopportando i sacrifici della vita con amore e vivendo con onestà in questo mondo. E a me sembra che in quanto a sacrifici oggi, padri e madri di famiglia ne fanno molti di più che le suore in convento.

Sotto qualche aspetto mi sento di dover condividere questa osservazione. Però devo anche aggiungere che Dio, quando ci ha dato la vita, ad ognuno di noi, ha voluto che essa abbia un significato e una missione.

E’ la nostra vocazione. Conoscerla, accettarla e viverla con amore e dedizione, vuol dire realizzare la propria vocazione nel mondo.

Si può essere sacerdoti, suore, papà e mamme, ragazzi, giovani, adulti o anziani. Vivere la propria vita in atteggiamento vocazionale, come servizio reso al prossimo, perché in lui riconosciamo l’immagine di Dio, vuol dire farsi santi. Si può essere professionisti o semplici manovali, nella ricchezza o nella povertà, nella salute o nella sofferenza.

Il Paradiso è affollato da questi santi, è la casa del popolo di Dio, di gente che ha scelto Dio e ha vissuto le sue azioni con il pensiero rivolto a Lui.

Quelli che vengono proclamati Santi dal Papa sono persone che hanno realizzato appieno la loro vocazione e adempiuto la loro missione in questo mondo. Vengono proposti a noi come modelli da imitare nelle varie situazioni della vita, per essere coerenti con il vangelo nelle scelte importanti.

A guardare bene il calendario liturgico molti di essi non hanno mai messo piedi in un convento.

Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza

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19 MARZO. FESTA DI SAN GIUSEPPE.

«Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza.

Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d'animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all'altro, capacità di amore.

Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!»

Papa Francesco, Omelia per la Solennità di san Giuseppe

19 MARZO. SOLENNITA’ DI SAN GIUSEPPE. CELEBRIAMO LA FESTA DI SAN GIUSEPPE, OVVERO DEL SANTO PIÙ SCALOGNATO CHE SIA MAI ESISTITO NELLA STORIA.

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19 MARZO. SOLENNITA’ DI SAN GIUSEPPE.

CELEBRIAMO LA FESTA DI SAN GIUSEPPE, OVVERO DEL SANTO PIÙ SCALOGNATO CHE SIA MAI ESISTITO NELLA STORIA.

A guardar bene la sua vita infatti, sembra che non gliene è mai andata una diritta. Dio gli ha rubato la ragazza, poi ha passato la vita a fare da papà ad un ragazzo che lui sapeva bene che non era suo figlio, e mentre di Maria e di Gesù sappiamo quasi tutto, di lui invece, di San Giuseppe non sappiamo quasi niente. Solo l’evangelista Matteo scrive qualche parola su di lui: Giuseppe che era un uomo giusto.

Ma è più che sufficiente. Proprio da questa piccola definizione conosciamo la sua grandezza.

Cosa possiamo imparare da lui? Non possiamo che pensare a tutti i papà, che con la loro continua presenza, il loro sacrificio sul lavoro, la loro costante preoccupazione e perfino con i loro rimproveri, ammonimenti e privazioni edificano la vita familiare, soprattutto avendo a cuore il benessere materiale e spirituale dei propri figli...

Ed è per questo che la paternità umana è espressione evidente della paternità di Dio.

III DOMENICA DI QUARESIMA. GESU’ E LA SAMARITANA.

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III DOMENICA DI QUARESIMA. GESU’ E LA SAMARITANA.

Giudei e samaritani. Nemici dalla nascita. Ci sono condizioni storiche, avvenimenti, fatti che non consentono il dialogo. Il contrasto è in ordine alla fede. Sono i giudei che non parlano con i samaritani perché si sentono superiori. Questo contrasto non consente neppure di scambiarsi una parola. Lo testimonia il Vangelo: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” La samaritana gli ricorda: io e te non possiamo parlare.

Ma Gesù non è l’uomo della divisione, della inimicizia, della cattiveria. Da ogni situazione, invece, per il Signore ne scaturisce un’opportunità di grazia. Questo è anche il nostro compito. Il cristiano non è l’uomo dell’odio, dell’inimicizia, del rancore, della divisione.

Gesù parte dalla particolarità della persona che incontra e con essa inizia un vero dialogo di salvezza. C’è voluto un dialogo personale e un incontro vero, senza pregiudizi e senza pretese.

E’ lo stesso dialogo che siamo invitati ad avere ciascuno di noi personalmente con Gesù, che vuole che scopriamo la bellezza della nostra anima nascosta dal grigiore di tante fatiche, peccati, errori e sofferenze.

Ogni giorno incontriamo un mare di persone. Spesso o quasi sempre le lasciamo senza una parola di verità. Tristi le incontriamo e tristi le lasciamo. Disperate le incontriamo e disperate le lasciamo. Vuote le incontriamo e vuote le lasciamo. E pensare che noi cristiani siamo i testimoni della gioia, della pace, della serenità perché abbiamo Cristo e spesso forse ci vergogniamo di parlare di Lui.

La Samaritana salvata da Cristo diventa strumento di salvezza di un’intera comunità.

Allora, diventiamo anche noi veri strumenti di salvezza verso i fratelli che incontriamo. Non ci viene chiesto di leggere la Bibbia per intero ad ogni nostro incontro con l’altro. Ci viene chiesto di avere attenzione verso di lui, di trovare una via giusta per amarlo. Poi il resto lo farà lo Spirito Santo del Signore.

CARI GIOVANI SEMINARISTI OGGI NON CI SERVONO PIU’ GHIACCIOLI VESTITI DA PRETE.

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CARI GIOVANI SEMINARISTI OGGI NON CI SERVONO PIU’ GHIACCIOLI VESTITI DA PRETE.

Noi sacerdoti siamo la mano tesa di Dio verso ogni distanza, verso ogni lontananza. Non siamo mandati ad accusare, non siamo mandati a chieder conto; siamo mandati ad incontrare, ad invitare, a leggere, ad annunciare, ad accogliere.

Dio si serve della nostra voce perché la sua Parola diventi annuncio di perdono tra la gente.

Giovani seminaristi di oggi, non ci servono più ghiaccioli vestiti da prete, ci servono persone ricche in umanità, ci servono dei cuori che sanno sprizzare e significare simpatia, accoglienza e solidarietà.

(cfr. Adamo Calò, OMELIA per conferimento Ministero del Lettorato, 19 marzo 2006, Chiesa Parrocchiale S. Antonio di Padova, Piazza Asti, Roma).

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