Sant'Antonio di Padova dei padri Rogazionisti in Circonvallazione Appia - Roma 

25 LUGLIO. SAN GIACOMO IL MAGGIORE, APOSTOLO.

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SAN GIACOMO IL MAGGIORE

Fu uno dei dodici Apostoli.

Nacque in Galilea circa dodici anni prima di Gesù. Era fratello di S. Giovanni, figlio di Zebedeo pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade e di Salome, discepola di Gesù.

L'appellativo «maggiore» gli venne dal fatto che la sua chiamata fu antecedente a quella dell'altro S. Giacomo, figlio di Alfeo, che fu detto perciò «minore». 

Chiamato all'apostolato da Gesù stesso, lo segui generosamente, abbandonando le reti e la barca del padre.

Questa generosità gli fruttò una speciale benevolenza da parte del Divin Maestro sì da aver parte alle più intime confidenze di Lui: assistette con S. Pietro e S. Giovanni alla risurrezione della figlia di Giàiro, alla Trasfigurazione, partecipando pure molto da vicino all'agonia di Gesù nell'orto del Getsemani. 

Disceso lo Spirito Santo nella Pentecoste, S. Giacomo fu uno dei più zelanti predicatori del Vangelo, tanto da spingersi fino in Spagna.

Quivi lasciò un'impronta tale che molti secoli dopo, quando i Mori invasero quella terra mettendola a ferro e a fuoco, S. Giacomo era universalmente invocato. 

Dalla Spagna tornato in Gerusalemme verso il 43, per ordine del re Erode Agrippa che voleva rendersi grato ai Giudei, fu fatto incarcerare e poi decapitare. 

L'eroica confessione della sua fede convertì il soldato che l'aveva condotto ai giudici, il quale perciò ebbe anch'egli la grazia di morire martire. Il suo corpo, mèta di continui pellegrinaggi, riposa nella basilica di Compostela in Spagna. 

MOLTI TRA NOI PREFERISCONO VIVERE DA MORTI. NON COME CHARLIE, CHE MORIRÀ DA VIVO. E A TESTA ALTA. CHARLIE CONDANNATO A MORTE DALLA CORTE DEI DIRITTI DEL’UOMO.

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CHARLIE2

Per i genitori. “Non c'è più tempo. Lo lasceremo andare con gli angeli"

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata sulla vicenda del piccolo Charlie Gard, affetto da una rara malattia genetica e ha dato ragione ai medici: si possono sospendere le cure che tengono in vita il bambino, nonostante l’opposizione dei genitori.

Charlie deve morire, in nome del diritto e della scienza che non sa accettare i propri limiti: ovvero, che non si vive e non si muore solo in base all’esistenza di una cura o di un vaccino, si vive e si muore anche come testimonianza dell’umano e del mistero che esso porta con sé.

I genitori del piccolo, Connie Yates e Chris Gard, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, sostenendo che l’ospedale ha bloccato l’accesso a un trattamento per mantenere in vita il piccolo, violando così il diritto alla vita e denunciando, inoltre, le decisioni dei tribunali britannici come “un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”.

In quale mondo un tribunale di meri esecutori del diritto può prendere una decisione che sovrasti quella dei genitori, quando si parla di vita o morte di un bambino?

Quale mondo pone come limite, come confine tra giusto e sbagliato, la cartella clinica di un ospedale, fosse essa redatta anche dal più grande luminare vivente? Perché Charlie deve morire, adesso e in fretta?

Ieri, poi, la sentenza di Strasburgo. Sentenza di morte, come tanto va di moda in questo periodo, in questa nostra società occidentale.

Vogliamo davvero un mondo di toghe e camici che decidano del nostro destino in base a diagnosi e sentenze che creano un precedente? Charlie è vivo, anche se la sua vita non è come la nostra.

Quando in quel lindo ospedale londinese staccheranno i macchinari a Charlie e il suo piccolo cuore cesserà di battere, anche il nostro correrà un po’ meno.

Quando Chris e Connie lo stringeranno per l’ultima volta, saremo noi a dire addio al residuo di umano che poteva ancora salvarci, nonostante ogni giorno porti la sua pena, sempre un po’ più grande.

Onore a te, quindi, piccolo guerriero che china il capo.  Molti tra noi preferiscono vivere da morti. Non come Charlie, che morirà da vivo. E a testa alta.

MANIFESTARE LA GIOIA DI ESSERE SACERDOTE

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MANIFESTARE LA GIOIA

Ricevi Signore le nostre paure e trasformale in fiducia;

ricevi la nostra sofferenza e trasformala in crescita;

ricevi le nostre crisi e trasformale in maturità;

ricevi le nostre lacrime e trasformale in preghiera;

ricevi il nostro scoraggiamento e trasformalo in fede;

ricevi la nostra solitudine e trasformala in contemplazione;

ricevi le nostre attese e trasformale in speranza;

ricevi la nostra morte e trasformala in resurrezione.

Don Benito POLTRONIERI

MA TU CHE LINGUA PARLI? IL LINGUAGGIO GIOVANILE OGGI. UN CODICE SEGRETO IGNOTO AGLI ADULTI.

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MA TU CHE LINGUA PARLI

In che modo avviene la comunicazione tra il mondo giovanile e il mondo degli adulti? Il linguaggio parlato dai giovani assomiglia sempre più a un codice segreto, incomprensibile ai più, ignoto ai genitori, usato soltanto in una cerchia di amici, di appartenenti al gruppo.

Di questa confraternita non fanno parte gli adulti, genitori e insegnanti, tagliati fuori da un modo di esprimersi sempre più criptato, proprio loro che della educazione dei giovani dovrebbero essere i responsabili diretti.

Uno slang giovanilese che è segnale di auto identificazione, di appartenenza a un gruppo, di complicità, ma che diventa anche strumento e momento di esclusione per coloro che non fanno parte o non si desidera facciano parte del gruppo.

E’ come parlare una lingua straniera, chi la conosce riesce a comunicare. Il linguaggio ha la funzione di filtro tra i giovani e il mondo adulto, la propria famiglia.

ADAMO CALO’. Crescere insieme, ma ognuno per conto suo, in Mondo Voc, dicembre 2003

QUANDO LA CHIESA DIVENTA CHIUSA, SI AMMALA. IN QUESTO MOMENTO DI CRISI NON POSSIAMO PREOCCUPARCI SOLTANTO DI NOI STESSI, CHIUDERCI NELLA SOLITUDINE

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IN QUESTO MOMENTO DI CRISI

IN QUESTO MOMENTO DI CRISI NON POSSIAMO PREOCCUPARCI SOLTANTO DI NOI STESSI, CHIUDERCI NELLA SOLITUDINE, nello scoraggiamento, nel senso di impotenza di fronte ai problemi.

Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede?

Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala. Pensate ad una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c’è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno. Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata.

La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (cfr Mc 16,15).

Ma che cosa succede se uno esce da se stesso? Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente.

Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura!

PAPA FRANCESCO. Veglia di Pentecoste con i Movimenti e Aggregazioni laicali, 18 maggio 2013

IL FASCINO DEL RISCHIO E DEL PERICOLO HANNO SEMPRE AVUTO UNA CERTA SUGGESTIONE NELL’IMMAGINARIO E NEI COMPORTAMENTI DEI GIOVANI.

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IL FASCINO DEL RISCHIO

Il percorso di ogni adolescente prevede una trasformazione a dir poco traumatica per la costruzione dell’individuo e di un’identità adulta.

Ci sono tappe e prove da superare a livello individuale o di gruppo, per sentirsi socialmente accolti e rispettati dalla collettività, per entrare nel mondo degli adulti e nella cultura del gruppo.

Ci sono percorsi e modelli culturali propri della giovinezza, quando identità, autonomia e nuove esperienze vengono acquisiti attraverso la trasgressione, modelli di vita che comunque tendono ad essere abbandonati una volta raggiunta l’età adulta.

Questo succede più facilmente quando vengono a mancare altri interessi o personali coinvolgimenti e impegni in qualche tipo di attività, scolastica, religiosa, sportiva o di volontariato.

ADAMO CALO’. Giovani tra sesso, droga e riti di passaggio, in MONDO Voc, maggio 2010

IL FENOMENO STORICO E LE CONSEGUENZE DELLA PROGRESSIVA CLERICALIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ RELIGIOSE MASCHILI.

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IL FENOMENO

Non può sfuggire dopo un’attenta analisi storica la progressiva clericalizzazione delle comunità religiose maschili nell’epoca moderna.

Questo ha accentuato di fatto la dimensione ministeriale e ha permesso nel tempo una concezione funzionale della vita consacrata al ministero sacerdotale. 

Un fenomeno che sollecita una valutazione sull‘identità stessa della vita consacrata in quanto tale e sulla propria collocazione in seno al popolo di Dio.

Negli ultimi secoli notiamo anche che il sorgere di nuovi istituti religiosi ha quasi sempre come causa prossima il venire incontro ad urgenze o necessità sociali ed ecclesiali del territorio, avviando di fatto concreti e specifici impegni apostolici.

Questa situazione ha portato ad accentuare il carattere funzionale di una particolare famiglia religiosa, quella della sua finalità operativa, al punto che questa finalità, definita apostolato specifico, in certi momenti, diventa o almeno appare come lo scopo principale della stessa vita consacrata.

Notiamo anche che la presenza di istituti con forme di vita e finalità apostoliche simili, soprattutto nell’ambito di attività educative e della solidarietà sociale, accentua inevitabilmente il problema di una loro identità apostolica, e dovrebbe portarli a interrogarsi sul significato specifico del proprio ruolo accanto ad altri istituti similari nella Chiesa.

ADAMO CALO’. CONFERENZA. ROMA 2011

L’ITALIA È ATTRAVERSATA DA UNA GRANDE EMERGENZA. SI CHIAMA “EDUCAZIONE

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emergenza

Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro. Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.

È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere.

Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa. (Cfr. Don Giussani, Il rischio educativo, 1995).

La Chiesa italiana, prendendo coscienza di dover dare una sua risposta al fenomeno, nel tentativo di evitare una lettura allarmistica di una problematica che è stata sempre presente nella società, che richiede sicuramente sempre attenzioni e sollecita nuovi impegni e doveri da parte di tutti, ha preferito usare nella sua documentazione ufficiale il termine sfida educativa, elaborando una propria riflessione e sollecitando le istituzioni religiose e civili ad assumersi le proprie responsabilità.

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